Napoli – “Alloggiare i pellegrini: una missione di drammatica attualità”. E’ ispirata alla quarta opera di misericordia corporale, la Lettera pastorale dell’arcivescovo di Napoli, il card. Crescenzio Sepe, pubblicata ieri pubblicata in anteprima sul sito della diocesi, ieri domenica 16 luglio 2017 e distribuita in occasione della celebrazione eucaristica che darà inizio all’anno pastorale il 14 settembre prossimo, ore 19.00 nella chiesa Cattedrale con l’intervento dei vescovi ausiliari dei vicari episcopali, dei decani e dei parroci di tutto il clero, dei diaconi permanenti dei religiosi e delle religiose dei movimenti ecclesiali e dei fedeli.
Per il porporato “ospitare i pellegrini, accogliere gli stranieri è divenuto oggi molto discusso per le proporzioni che ha assunto nei nostri Paesi il fenomeno migratorio, sovraccarico di complesse implicanze sociali e disturbato da approcci politici spesso faziosi e demagogici, se non proprio razzisti”. “Bisogna riconoscerlo – scrive il card. Sepe -: oggi accogliere uno sconosciuto in casa è percepito come una rischiosa avventatezza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, inoltre, estende questa categoria di bisognosi anche ai senza casa: ‘Le opere di misericordia corporale consistono nel dare da mangiare a chi ha fame, nell’ospitare i senzatetto, nel vestire chi ha bisogno di indumenti…’ (n. 2447)”. Sono sempre presenti nei nostri occhi le immagini di quanti vivono per strada, “senza fissa dimora”, ai margini di una società̀ distratta, che “non è stata in grado di intercettarne il disagio. Si tratta di una folla di gente che ha perduto il lavoro, o non lo ha mai avuto; che ha visto naufragare il proprio matrimonio; che soffre di patologie psichiatriche, o non ha più̀ legami affettivi o motivazioni per vivere”. Si stima siano circa 50.000 in tutto il Paese, 2.000 solo a Napoli”. “Invisibili” li chiama chi è “intollerante, prova fastidio e non vuole vederli chi si gira dall’altra parte o cambia marciapiede”, evidenzia il porporato: “non fanno rumore, non importunano più̀ di tanto e, finché non muoiono di freddo, non fanno neppure notizia. La solitudine, l’abbandono, la disperazione costituiscono le sole articolazioni della loro muta rassegnazione”. A questo “enorme disagio si aggiunge il fenomeno migratorio, divenuto – aggiunge l’arcivescovo di Napoli – una vera e propria emergenza sociale. Ogni giorno partono in migliaia, da Paesi lontani e, soprattutto, dalle coste nordafricane e meridionali. Sono uomini, donne, bambini soli che affidano, quasi sempre, a fragili barconi la loro vita, i loro sogni. Arrivano a noi quei corpi, vivi o morti, stremati dal freddo e dalla fame. Hanno rinunciato alle proprie radici, agli affetti più̀ cari. Il loro è un esodo da se stessi, in primo luogo. Una partenza senza ritorno. Volti senza sorriso, sguardi che non possono più̀ volgersi indietro, cui non è concessa nemmeno la nostalgia del rimpianto. E, tuttavia, oggi coloro che arrivano da lontano fanno tenerezza e anche paura, anche perché́ sono in tanti. Li percepiamo – evidenzia ancora – come un’insopportabile minaccia. Sconosciuti, migranti, clandestini: così diversi da noi. A molti appaiono strani, ostili, nemici, un pericolo per il nostro precario benessere; un rischio inaccettabile per la nostra incolumità̀, per l’illusoria tranquillità̀ nella
quale siamo adagiati. C’è chi vorrebbe respingerli, o mandarli altrove. C’è chi si è abituato agli sbarchi, chi si scandalizza per tanta indifferenza, chi si rimbocca le maniche per accoglierli e comporre i miseri corpi sulle spiagge”.
Molti vorrebbero “arginare” le migrazioni – scrive ancora il cardinale Sepe – “frapponendo barriere, alzando muri. In realtà̀ non si può̀ bloccare chi è talmente disperato da preferire un viaggio
rischioso, ma con una flebile illusione di cambiamento, alla certezza di una vita senza speranza in patria. Intanto, non si tratta di un fenomeno contingente che, viceversa, è il risultato di una serie di fattori legati ai nostri comportamenti: la miseria radicata, le guerre, la sete di potere, lo sfruttamento osceno delle risorse del pianeta. Nessuno può̀ ritenersi estraneo e indifferente di fronte ad una calamità sociale di così vaste proporzioni. Dalle classi dirigenti – spesso spaventate dalla perdita del consenso – dobbiamo pretendere una strategia politica capace di accogliere e integrare quanti vivono sulla propria pelle il disagio dell’emarginazione e dell’esclusione”. La Chiesa di Napoli, con le organizzazioni, dovrà farsi “carico di una più̀ attenta opera di sensibilizzazione delle coscienze, di un sostegno materiale e morale, di un accompagnamento vigile e concreto di queste persone in percorsi di inserimento nella comunità̀. Impariamo, come ci insegna Papa Francesco, ad abbattere muri e costruire ponti di solidarietà̀ e fraternità. Un obiettivo soprattutto deve restare chiaro nel nostro programma: accogliere i pellegrini non è solo moltiplicare il numero delle mense e dei dormitori, pur necessari per un’impellente emergenza. Un’azione caritativa, attenta solo a tamponare le urgenze, può̀ rischiare di perpetuare indefinitamente situazioni di degrado sociale. Non è importante contare quante persone abbiamo assistito lungo le strade della città, ma quante ogni anno riusciamo a strappare al degrado e restituire ad una vita dignitosa. Solo questo risultato è
misura di un impegno responsabile, autenticamente cristiano”.
Dopo aver spiegato il tema dell’accoglienza dal punto di vista biblico e aver sottolineato l’importanza oggi di un dialogo con persone di diversa provenienza, il card. Sepe sottolinea che Napoli e “il nostro Meridione, è una terra esperta in accoglienza. Essa ha cercato ospitalità̀ per tanti suoi figli senza lavoro e l’ha sempre offerta ad un’infinità di gente e di popoli. La sua grandezza si deve al fatto di essere riuscita ad armonizzare, nel tempo, le differenze di epoche, di stili, di visioni della vita. Oggi, però – spiega – la situazione è divenuta più̀ problematica, perché́ la vita è esposta a maggiori pericoli. Siamo istintivamente spinti a tapparci nel nostro mondo, a diffidare degli altri. L’educazione all’accoglienza può̀ costituire un utile antidoto contro ogni forma di chiusura; può diventare una sollecitazione per uno stile di vita più̀ aperto, un’opportunità̀ d’incontro con l’altro per un fecondo reciproco arricchimento”. (R. Iaria)



