Ente Nazionale Circhi: no all’eliminazione degli animali dal circo

Roma – L’Ente Nazionale Circhi lancia un appello al Ministro per i Beni e le attività culturali, Dario Franceschini, e a tutto il Parlamento: “senza animali, il circo – si legge in una nota – perderà la sua ragione di esistere, morirà e verranno ridotti migliaia posti di lavoro. Questa forma di spettacolo e arte sparirà dal nostro Paese, costretta a prendere la strada dell’esilio in nazioni europee ed extraeuropee che, nella quasi totalità dei casi, regolamentano – ma non vietano – gli spettacoli con animali. Sarà la fine per la tradizione del circo italiano, che nell’arte della pista da secoli fa scuola nel mondo e primeggia nei festival internazionali del settore, ottenendo i massimi riconoscimenti proprio nelle discipline dell’ammaestramento. Allo spettacolo italiano verrà meno un volume d’affari di 15 milioni di euro l’anno”. Un “disastroso scenario”  che, secondo l’ENC, si concretizzerà se il Parlamento dovesse trasformare in legge il Ddl n. 2287-bis (atteso in Aula al Senato la prossima settimana) che prevede la “graduale eliminazione dell’utilizzo degli animali nello svolgimento delle attività circensi”. Oggi il Circo italiano conta meno di 2.000 animali, nati in cattività, da generazioni a contatto con l’uomo e non prelevati in natura. “Chi chiede la dismissione degli animali – sottolinea la nota dell’ENC – sostiene che nei circhi vivano in uno stato di sofferenza e malessere. Le evidenze scientifiche dimostrano il contrario”.

“Il metodo di rilevazione dello stress, scientificamente riconosciuto, ha dimostrato che gli animali nei circhi non sono stressati”, spiega Raffaella Cocco, Veterinario esperto in comportamento animale (albo FNOVI), professore aggregato di Medicina legale, deontologia e benessere animale e di Patologia comportamentale: “inoltre in cattività vivono circa 1/3 in più, perché idoneamente assistiti per malattie, necessità alimentari e difesa dai pericoli”. Gli animali allontanati dal circo dovrebbero essere accolti in centri di recupero. “Non c’è nulla da recuperare. Costringere gli animali dei circhi in luoghi diversi dai quelli nei quali sono nati e vissuti sarebbe disastroso. E’ una violenza cancellare nell’animale ciò che ha appreso in cattività e che gli ha fatto acquisire le modalità di adattamento conseguenti all’adattamento ad un nuovo ambiente”, dice Maria Antonietta Ruggiero, docente di Pedagogia all’Università Roma Tre. “Per gli etologi l’adattamento comporta una modificazione adattativa che non può essere modificata se non attraverso più generazioni”. In buona sostanza il legislatore – approvando il Ddl citato – metterebbe a repentaglio, oltre che la vita della gente del circo, anche quella degli animali. “Non ci sono né ragioni scientifiche, né morali e neppure pedagogiche che avallino la previsione del Ddl 2287-bis in materia di circhi”, aggiunge Ruggiero. Addirittura per il futuro degli animali sottratti ai circhi si considera anche l’eutanasia, facendo riferimento ad un parere espresso dalla FVE (Federazione Veterinari Europea). “Il che appare paradossale, tenendo conto che da anni tale pratica viene considerata eticamente lecita solo per animali gravemente malati o di estrema pericolosità, un principio che in Italia è diventato legge già nel 2004”, spiega Ettore Paladino, veterinario ufficiale dell’ATS di Bergamo e coordinatore del gruppo di lavoro che nel 2013 ha portato alla stesura del “Regolamento per l’educazione e l’esibizione degli animali nei circhi” voluto dall’Ente Nazionale Circhi.

E’ proprio della cultura circense vivere a stretto contatto con i propri animali. Ciascun animale – spiega l’ENC – è un individuo. Giovani creature di molte specie “sono cresciute negli ambienti circensi, e tutti gli animali vengono curati ogni giorno, con la possibilità di eseguire trattamenti antiparassitari, di profilassi, di valutare le condizioni fisiche e di mettere in atto tutte le attività di cura (accarezzare, spazzolare, pulire, dare da mangiare e da bere). Tutte queste attenzioni portano l’animale ad avere fiducia nell’uomo, condizione incompatibile con un reinserimento in natura”. “In animali che hanno alle spalle dieci generazioni di cattività, la relazione e l’interazione con l’uomo risultano essere, oltre che un arricchimento ambientale, anche un legame affettivo. La separazione da questo legame porta a conseguenze gravissime, come si può vedere in numerosi animali, sequestrati ai proprietari in buone condizioni di salute e di benessere e portati nei centri di recupero, dove subiscono un grave crollo fisico e psicologico”, dichiara Raffaella Cocco.

Prima di licenziare o dismettere progressivamente gli animali dal circo, è quanto “meno doveroso aprire un dibattito costruttivo che poggi su evidenze scientifiche. La maggior parte degli studi scientifici sugli animali nei circhi, nei quali è stato valutato sia l’aspetto comportamentale attraverso prolungate osservazioni nell’arco dell’intera giornata, sia l’aspetto sanitario attraverso una visita clinica e un prelievo di sangue, arrivano agli stessi risultati: il benessere degli animali nei circhi, giudicato da criteri fisici e psicologici, non è generalmente inferiore a quello di altri sistemi di vita”. “E’ pertanto irrazionale prendere una posizione contro i circhi per il motivo che gli animali in essi presenti necessariamente soffrano, a meno che non si prenda la stessa posizione nei confronti degli zoo, delle scuderie, dei canili, degli animali domestici che vivono nelle nostre case. Ciò porterebbe a un mondo ancor più antropocentrico e alla rapida estinzione della maggior parte delle specie animali”, conclude Raffaella Cocco. Da ultimo, appare del tutto “irragionevole che il Parlamento legiferi sul circo solo in chiave negativa, lasciando irrisolti i problemi storici della categoria: la mancanza di aree attrezzate comunali (che permetterebbero anche di assegnare spazi maggiori alla stabulazione degli animali), e finanziamenti largamente al di sotto del limite minimo della decenza. Non si può normare in spregio ad un intero settore, secondo una logica penalizzante che non trova riscontro per la restante famiglia dello spettacolo italiano: cinema, teatro, musica e danza, sottolinea l’ENC.