Migrantes Mantova: quei fratelli da accogliere come veri figli dello stesso Dio

Mantova . I muri che si stanno costruendo in varie parti del mondo per arginare il flusso di persone che scappano da situazioni umane insostenibili pongono una domanda di fondo: «L’uomo è capace di accogliere l’altro, in tutto simile a lui anche se appartenente a una religione o a una etnia o a una cultura diversa, ma comunque figlio di Dio?».

Possiamo fare tutte le dissertazioni sociologiche, politiche ed economiche che vogliamo, ma penso che per un cristiano il riferimento primario per individuare la strada da percorrere sia la Sacra Scrittura. Nel Secondo libro dei Re leggiamo di una donna che con premura e insistenza chiede a Eliseo di fermarsi nella sua casa tutte le volte che passava, offrendogli un pasto. La generosità di questa donna però non si ferma al pasto. Per dargli un’ospitalità più confortevole lei pensa di costruire una stanza, affinché lui possa trovare anche riparo.

Indubbiamente il migrante che bussa alla nostra porta in qualsiasi ora del giorno per cercare il minimo necessario per poter vivere non è Eliseo, ma come figlio dello stesso Dio, va ugualmente accolto con fraternità e cordialità. Se prendiamo poi il Vangelo di Matteo, al capitolo 25,35– 36 si legge: «Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Penso a queste persone, uomini, donne e bambini spesso soli che fuggono da scenari di guerra, da carestie e da persecuzioni, viaggiando per mesi su itinerari pericolosi spesso nelle mani di veri carnefici e mi chiedo come li stiamo accogliendo. È vero che stiamo attraversando un momento di trasformazione economica che mette in discussione certezze che sembravano intramontabili nella nostra realtà mantovana, quale la piena occupazione e un reddito garantito, ma se guardiamo il tenore di vita presente nelle nostre comunità penso che anche in questo contesto ci siano risorse per dare un pasto caldo e per dissetare questa gente che bussa ai nostri confini. Accogliere, vestire e curare: tre gesti di fraternità semplici da soddisfare in un contesto dove gli alloggi vuoti si contano a centinaia, dove basta poco per coprire decorosamente questi profughi, dove la nostra assistenza sanitaria è tra le eccellenze nel mondo. Invece di andarli a trovare dove sono stati alloggiati, in attesa di un possibile riconoscimento per rimanere nel nostro Paese, facciamo in modo che il luogo di accoglienza sia il più lontano possibile dai centri abitati. Se vogliamo stare alla sequela di Dio dobbiamo fare come Lui che «accoglie sempre tutti». Quando ci rivolgiamo a Lui lo preghiamo chiamandolo “Padre nostro”. Lui come “papà” ama ciascuno di noi individualmente, come sanno fare le nostre mamme e i nostri papà e vuole che anche noi ci amiamo reciprocamente. (Aristide Pelagatti – direttore Ufficio Migrantes della diocesi di Mantova)