Liberi di ritrovare dignità: parlano i migranti protagonisti del progetto CEI

Roma – “Non abbiamo colpe se siamo nati dalla parte sbagliata e soprattutto voi non avete alcun merito per essere nati dalla parte giusta”. È la molla che spinge un rifugiato somalo e tanti altri migranti, giovani in cerca di futuro, a tentare con i trafficanti il grande viaggio verso l’Europa. Ed è la molla che spinge tanti formatori ed educatori, spesso rifugiati, a lavorare nel progetto “Liberi di partire, liberi di restare” della CEI, 30 milioni spalmati su tre anni per progetti di accoglienza e integrazione in paesi di origine, transito e destinazione.

Come Agata Cutrato, 27 anni, psicologa di Scordia, nel catanese, un’esperienza di servizio civile in una realtà di seconda accoglienza che ha messo a disposizione le proprie competenze per diventare tutor dei minori stranieri non accompagnati. Sono tanti in Sicilia, circa il 40% dei 20 mila presenti in Italia a fine 2017. La nuova normativa che li tutela, la legge “Zampa”, affida ai garanti regionali dei minori il compito di formare tutori. Agata ha frequentato il corso organizzato dal Centro Mediterraneo Giorgio La Pira in collaborazione con Asgi e Fondazione Migrantes, e sei mesi fa si è

iscritta all’elenco tutori. Da allora ha avuto la custodia di una ventina di minori distribuiti nella provincia. “Al momento ne seguo 14 – spiega – perché i tutori sono pochi e i minori molti. La nostra presenza è indispensabile quando chiedono la protezione internazionale davanti alla Commissione, in quel momento raccontano la loro storia ed emerge tutto il loro vissuto emotivo”. Un ruolo che richiede fiducia reciproca. “Ho capito che non giochiamo ad armi pari, loro lottano per bisogni per noi scontati. Stando con questi ragazzi ti rendi conto della relatività del tuo mondo”.

Elena viene dalla Nigeria, ha vissuto la violenza della tratta. “Morto mio padre ho dovuto lasciare la scuola, eravamo troppo poveri. Mi prospettarono la possibilità di andare in Italia, in un ristorante, ma rifiutai perché ero appena diventata mamma. Minacciarono di portarmi via mia figlia, accettai dopo averla lasciata a mia madre”. Poi il viaggio, l’arrivo a Bruxelles, poi un giro d’Italia fino a Catania dove viene messa in casa con altre ragazze e le viene tolto il passaporto. Viene obbligata ad andare in strada, ma fugge e viene ripresa. Alla fine viene denunciata e finisce in galera. Qui conosce suor Rosalia delle suore della Divina Provvidenza che l’aiuta a uscire dal tunnel. Oggi Elena è sposata, ha due bambini, oltre alla figlia che l’ha raggiunta. Fa la mediatrice culturale nelle comunità che l’ha accolta. “Voglio che le ragazze non si sentano sole, cucino per loro e ripeto che non devono solo chiedere, ma ringraziare l’Italia per l’occasione che ci ha offerto. L’unica via è integrarci”.

Sayadur Rahman, 27 anni, è originario del Bangladesh. A Napoli ha lavorato prima in una fabbrica di vestiti poi come venditore ambulante. Ma in Italia non sta fermo, va a Bologna, Roma. Nel 2015 si stabilisce a Catania, e riprende a svolgere la sua attività di ambulante. L’incontro che gli cambia la vita è con suor Rosalia, della Divina Provvidenza, che lo invita per il pranzo di Natale. Nasce un’amicizia. Quando a Sayadur scade il permesso di soggiorno, non ci pensa due volte e chiede aiuto a suor Rosalia che nel frattempo è diventata il suo “punto di riferimento”. Lei e le consorelle lo accolgono nella loro struttura. Pian piano Sayadur si inserisce, frequenta la scuola serale, capisce “come funziona la vita in comunità”, dà una mano facendo i turni in portineria e inizia a formarsi. Impara a fare la pasta, la pizza, i biscotti. Oggi è il tutor del laboratorio di pasta fresca nato grazie al finanziamento della Campagna “Liberi di partire, liberi di restare” che impiega minorenni italiane tolte dalla strada e in difficoltà e ragazze vittime di tratta e detenute per mesi nelle galere libiche, dove hanno subito torture e violenze. “Sono felice – dice Sayadur – ho fatto tanta esperienza e devo dire grazie di cuore a suor Rosalia”.

L’esperienza del laboratorio sta crescendo e potrebbe nascere con il contributo di questo ex ambulante fuggito dalla miseria dell’Asia una cooperativa sociale per dare lavoro e dignità a chi era stata schiava. (P. Lambruschi – Avvenire)