Riace – Riace è un piccolo borgo arroccato sulla costa jonica della Calabria, a pochi chilometri dal mare. Un paese tutto particolare perché qui vivono in perfetta armonia italiani e curdi, somali e afghani. Uomini e donne in fuga da Nazioni in guerra e che hanno portato nuova vita in una cittadina da dove tutti i giovani stavano scappando. Camminando per le strette stradine di Riace vi può capitare di scambiare un saluto con un ragazzo palestinese che rientra in Paese dopo una giornata di lavoro nei campi. Sbirciando all’interno delle tradizionali botteghe artigiane potete vedere Lem Lem, una giovane donna in fuga dal Sudan, intenta a tessere al telaio. Mentre Issa, fuggito dall’Afghanistan, modella vasi di ceramica. I primi ad arrivare, nel 1998, furono i profughi curdi. Invece di respingerli, gli abitanti di Riace aprirono le vecchie case abbandonate e li accolsero nella loro comunità. Con il passare degli anni sono arrivati uomini e donne da tutto il mondo: eritrei, afghani, romeni, palestinesi, somali e sudanesi. Sono circa una sessantina gli immigrati che oggi vivono a Riace e che hanno persino imparato i mestieri della tradizione artigiana calabrese. Oltre all’accoglienza, il Sindaco Domenico Lucano ha lanciato un’altra iniziativa: riaprire altre case abbandonate, ristrutturarle e affittarle ai turisti. Edifici antichi, pieni di storia e circondati da ulivi secolari. È nato così una sorta di «albergo orizzontale», che permette ai visitatori di immergersi completamente nella vita di Riace. Di conoscere gli abitanti e chiacchierare con loro seduti ai tavoli della trattoria, gustando piatti tipici di Paesi lontani, ascoltando musiche tradizionali o un improvvisato cantastorie che condivide con gli amici le favole e le leggende della propria terra. (Popotus-Avvenire)



