30 Luglio 2019 – Torino – “Mi auguro che questa esperienza possa rappresentare un modello anche per altri ambiti di particolare criticità e precarietà, nella nostra città, come sono la situazione dei campi rom, dei senza dimora, della accoglienza nei dormitori e in genere, della situazione di famiglie e giovani circa il lavoro e la casa”. E’ quanto ha detto poco fa l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, durante la conferenza stampa sulla liberazione delle ultime due palazzine occupate all’ex Moi
Una vicenda che come Diocesi e come ufficio Migrantes diocesano è stata vissuta – ha detto il presule – come “una sfida e una opportunità che poteva segnare la vita della nostra Città e costituire anche un modello per l’intero Paese. C’è voluto del tempo: fin dall’inizio abbiamo deciso di non procedere allo sgombro forzato, ma di accompagnare le persone perché potessero comprendere quanto il progetto che avevamo stabilito fosse vantaggioso per dare dignità e speranza in un futuro migliore alle numerose persone coinvolte. Oggi siamo dunque soddisfatti di aver potuto offrire il nostro apporto a una impresa complessa e non facile, ma necessaria anche per il bene vivere delle persone immigrate coinvolte, del quartiere e della città”.
Per Mons. Nosiglia la scelta “vincente” è stato l’impegno congiunto e collaborativo tra diversi soggetti istituzionali: Comune, Prefettura, Regione, Compagnia di S. Paolo e Diocesi. Si è attuato il metodo dell’Agorà che “abbiamo promosso in questi anni, quello, cioè, di programmare insieme, agire insieme, sostenere uniti progetti di inclusione e di integrazione di valore umano, civile, lavorativo, abitativo e sociale. Il progetto MOI contempla- ha quindi aggiunto – uno spostamento degli abitanti delle palazzine in strutture più umane e dignitose per tutti, in appartamenti o locali non affollati, con un percorso che tiene conto di ogni singola persona e delle sue esigenze e potenzialità, li qualifica con un cammino di formazione (lingua, cultura, mestiere..), un lavoro e un accompagnamento sostenuto da persone qualificate e preparate”.
Il vescovo ha vaie volte incontrato le persone che piano piano venivano accolte: “ascoltarli e parlare dei loro problemi, attese e difficoltà è servito per non farli sentire soli e nello stesso tempo sollecitarli a operare con impegno per accogliere il progetto e sostenerlo con la loro buona volontà e impegno. In questi ultimi mesi si è andata sempre più consolidando la convinzione che era necessario terminare tutto entro l’estate. Questo per motivi validi e concreti dovuti al crescente degrado degli stabili e delle condizioni di vita dei loro abitanti, a un numero di persone con particolari condizioni socio-sanitarie sia sul piano psichico sia di fragilità”. Più si prolungava nel tempo la situazione, più aumentavano gli ospiti che, “forse per poter usufruire del progetto, si aggiungevano a quelli già esistenti. È vero che la scelta di affrontare insieme le ultime due palazzine ha suscitato qualche perplessità e preoccupazioni in particolare nelle persone coinvolte. È stata comunque una scelta fatta insieme, come tavolo istituzionale, e con la disponibilità di tutte le componenti a sostenerla nel migliore dei modi garantendo ad ogni persona un sostegno e presa in carico delle sue specifiche problematiche e necessità”.
La diocesi e la Migrantes diocesana hanno posto in risalto alcuni punti da tenere in considerazione a partire dalla la centralità di ogni singola persona, l’attenzione a quelle più fragili e che necessitano di cure e accompagnamento particolari, la conferma del progetto per tutti anche se per alcuni mesi alcuni andranno in strutture offerte da Comuni vicini. Poi, dopo il bando del Comune di Torino in autunno, saranno ricollocati in appartamenti come gli altri, avranno una adeguata qualificazione, un lavoro, e un accompagnamento personalizzato; è previsto anche, per chi lo desidera liberamente, il ritorno al proprio Paese con un appropriato sostegno. Considerato poi che il tempo previsto dal Progetto dei 18 mesi prima di scadere, era almeno per alcuni non sufficiente data la complessità della loro situazione, si è deciso – ha spiegato mons. Nosiglia – che i tempi saranno misurati sulla base della effettiva soluzione dei diversi problemi propri di ciascuna persona e della sua raggiunta autonomia”.
L’arcivescovo ha quindi voluto ringraziare tutti i componenti del tavolo istituzionale e tecnico che hanno dato un apporto decisivo alla soluzione del problema. Tra questi il direttore Migrantes della diocesi di Torino, Sergio Durando.



