Mons. Perego: imparare a convivere come diversi condividendo lo stesso territorio

Roma – “La sfida più urgente anche sul piano pastorale è imparare a convivere come diversi condividendo lo stesso territorio geografico e sociale; imparare a convivere senza distruggerci, senza ghettizzarci, senza disprezzarci, e neanche senza solo tollerarci”. Lo ha detto oggi pomeriggio mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, intervenendo all’incontro dei vescovi e direttori della pastorale migratoria a Roma promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee. Per mons. Perego “la debolezza culturale più rischiosa è cedere alle paure. Alla comunità cristiana è chiesto di diventare luogo educativo all’incontro”.  “L’urgenza di promuovere con nuova forza e rinnovate modalità” l’evangelizzazione oggi – ha poi aggiunto – è “favorita dalle migrazioni”, che “hanno abbattuto le frontiere” e aiutato l’incontro. “Questa coniugazione stretta tra migrazioni e nuova evangelizzazione – ha spiegato mons. Perego – è stato il tema centrale del Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2012, riproposto in molti interventi del Sinodo dei Vescovi appena concluso e ripreso in una delle proposizioni finali, la n. 21”.
Per il direttore della Migrantes la “nuova evangelizzazione chiede nuovi testimoni”: il “profilo della missione oggi in Italia si delinea attorno ad un termine che lo qualifica: testimone. Nel testimone fede e opere viaggiano insieme, così come viaggiano insieme evangelizzazione e testimonianza”. La Chiesa che “evangelizza” è una Chiesa di “testimoni”, di “testimonianze”: di “profeti” e di “segni” che “incarnano in maniera nuova una cultura e dei tempi”.
In Europa la nuova evangelizzazione “non può prescindere da oltre 35 milioni di persone arrivati da altri Paesi, tra i quali almeno 8 milioni di cattolici”. In Italia – ha detto ancora mons. Perego –  la nuova evangelizzazione “invita a guardare agli oltre 5 milioni di persone, di cui quasi un milione di fedeli cattolici ‘differenti’ per tradizioni e riti, ma anche ai 4 milioni di italiani all’estero, la quasi totalità dei quali cattolici, che hanno formato comunità importanti soprattutto in Europa e nelle Americhe”. Le comunità cattoliche di immigrati in Italia come le comunità cattoliche di emigranti nel mondo hanno “costituito e costituiscono un valore aggiunto nell’esperienza cristiana di molte comunità di antica e nuova tradizione cristiana. Le une e le altre comunità, costituite soprattutto da giovani, sono risorse importanti per comunicare il Vangelo, ma soprattutto per viverlo in contesti diversi. Le note dell’apostolicità e della cattolicità della Chiesa trovano nell’incontro tra popoli, nelle migrazioni un luogo fondamentale di espressività”. In questo senso le migrazioni sono – ha ricordato il Papa nel Messaggio del 2012 – “un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”, un segno dei tempi per “rileggere la nostra vita cristiana, confrontandoci con chi proviene da mondi e chiese differenti. Lasciare soli i migranti, abbandonarli, respingerli o non considerarli nelle nostre comunità significa perdere persone importanti per ripensare e ridisegnare la Chiesa, ma anche la città”. Per mons. Perego occorre “evitare il rischio che le migrazioni corrispondano alla perdita e all’abbandono dell’esperienza di fede, magari motivate anche da una debole testimonianza della carità oltre che da una fede chiusa verso il nuovo o incapace di esprimersi in maniera rinnovata”. (R.Iaria)