Città del Vaticano – L’entusiasmo è contagioso, soprattutto quando si è in tanti, “una grande folla” infatti seguiva Gesù. Acclamare, gridare, piangere, agitarsi, può essere una manifestazione solo emotiva, di sfogo istintivo, le folle che si accalcano negli stadi calcistici lo dimostrano, anche in tutti i guai che spesso ne seguono.
A mio avviso quindi l’entusiasmo, così concepito, non è un elemento a favore della venuta del Messia o del suo ingresso nella Santa Città di Gerusalemme. Pure ai ciarlatani, ai demagoghi, la folla ha riservato simili accoglienze. Per comprendere quanto Gesù ha voluto dirci, programmando la sua entrata da Re Messia, bisogna scavare più a fondo, spogliarsi dalle idee preconcette e lasciar risuonare la pagina evangelica. È la proclamazione messianica “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!” che fa sobbalzare e chiede risposta.
Le antiche parole della benedizione diventate “inno di esultanza” qualificano la percezione della folla e lo stato d’animo di Gesù, non indifferente agli echi che gli trapassavano lo spirito: “Il Messia porta a compimento la promessa della benedizione di Dio, la promessa originaria che Dio aveva fatto ad Abramo, il padre di tutti i credenti: ‘Farò di te una grande nazione e ti benedirò … e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’”.
È giunto il momento atteso da secoli, preparato da sempre dal Padre per salvare l’umanità?
Tutta la Scrittura del popolo eletto si sintetizzava in questo punto culmine, qui guardavano da secoli gli sguardi di speranza di tutti gli ebrei e di ogni singolo ebreo.
La promessa dell’Altissimo è indefettibile, ma quale il riscontro nella vita quotidiana del popolo?
Quali i segni, quali le spie? Israele nella sua storia ha peccato tanto e tante volte, in un punto però mai aveva ceduto, nel rivolgersi al Creatore perché quanto aveva promesso diventasse quell’energia che tutto pervade e tutto trasforma in una tensione feconda e fecondante: “È la promessa che Israele aveva tenuto sempre viva nella preghiera, in particolare nella preghiera dei Salmi” .
Tutta questa ondata ora si rovesciava proprio su Gesù di Nazareth? Doveva assumersi il ruolo di Messia, di Re? La benedizione trovava la sua pienezza in quel giorno, su quella strada, entrando in quella città? Se Egli fece sua la benedizione, lo fece per noi, non per rendersi facile e comoda la vita, per raggiungere fama e godersi il lusso. Benedizione che, agli orecchi e al cuore di Gesù di Nazareth, suona in un modo particolare, universale, perché abbraccia tutti.
Questo è il dono del Re a chi lo segue “lo sguardo della benedizione: uno sguardo sapiente e amorevole, capace di cogliere la bellezza del mondo e di compatirne la fragilità. In questo sguardo traspare lo sguardo stesso di Dio sugli uomini che Egli ama e sulla creazione, opera delle sue mani”. Gesù lo incarna in se stesso, così Egli guardava la folla acclamante e così voleva trasformarla.
La successione dei fatti è inequivocabile: Gesù e la folla non avevano questo stesso sguardo, con la conseguenza dell’abbandono, del mutamento di polo dall’esaltazione festosa alla condanna più crudele. Esattamente come noi, oggi, dopo secoli, delusi “dal modo in cui Gesù aveva deciso di presentarsi come Messia e Re di Israele”.
Riaffiora il nodo cruciale “quali sono le nostre vere attese? quali i desideri più profondi, con cui siamo venuti qui oggi a celebrare la Domenica delle Palme e ad iniziare la Settimana Santa?”.
Il nostro Messia non propone guadagni facili, divertimenti e illustre considerazione, “non ci assicura una facile felicità terrena”, il suo sguardo è diverso, poggia più in là, fora la forma e raggiunge la sostanza, perché ci propone “la felicità del cielo, la beatitudine di Dio”. È il crinale della decisione che rende lo sguardo nostro sguardo di Gesù: “La decisione di fare della sua Pasqua di morte e risurrezione il senso stesso della vostra vita di cristiani”, questo l’invito di Papa Benedetto ai giovani. Il mantello, nei tempi antichi, esprimeva la dignità della persona, il suo stato sociale, se stesso, allora dobbiamo passare dalla cosa alla persona: “Davanti a Cristo – dicevano i Padri- dobbiamo stendere la nostra vita, le nostre persone, in atteggiamento di gratitudine e di adorazione”. Solo allora il nostro sguardo sarà sguardo di benedizione universale. (Cristiana Dobner – SIR)



