“Paralizzato ma felice”: parla Dieng, sopravvissuto alla strage di Firenze

Firenze – Moustapha Dieng era accanto a Modou Samb e Mor Diop durante quel maledetto 13 dicembre. In piazza Dalmazia, a Firenze, sembrava un giorno come tanti altri. Poi la tragedia. Gianluca Casseri, armato di pistola, seminò il panico tra commercianti e ambulanti senegalesi. Centrò in pieno due di loro, Modou e Mor, freddandoli all’istante. Anche Moustapha si riversò a terra, colpito a sua volta, ma è sopravvissuto. Una fortuna, forse. Moustapha, a quattro mesi dalla strage di piazza Dalmazia, non ha ancora messo piede fuori dall’ospedale di Careggi. E’ ricoverato nel reparto di Unità spinale, paralizzato quasi in tutto il corpo. I medici parlano di paralisi toracica nella parte superiore del corpo. La prognosi resta assolutamente riservata.

 
Moustapha è disteso nel suo letto in un’ampia stanza che si affaccia su un giardino alberato. Spuntano dai rami i primi fiori primaverili e Moustapha trova la forza di sorridere. Accenna uno sforzo per spalancare le labbra, mostrando i denti in segno di presunta felicità. I suoi occhi brillano, sorridono insieme a lui. Tenta di dire qualcosa, ma dalla sua gola esce soltanto un brusio incomprensibile. Mustapha ha perso l’uso delle corde vocali, oltre che quello della mobilità. Difficile, al momento, capire se un giorno potrà riacquistarli. I dottori sono fiduciosi. Lui lotta ogni giorno, sostengono medici e infermieri, è determinato e grintoso. “Sono felice di essere vivo, per questo sorrido”: tenta di farsi capire grazie anche all’aiuto di Assan Kebe, il portavoce della comunità senegalese con cui siamo andati a trovarlo in ospedale, riporta il sito dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Torino. “Sto meglio, miglioro giorno dopo giorno”, dice guardandoti dritto negli occhi. “E poi il posto in cui sono ricoverato è bellissimo, i dottori sono gentilissimi e ti riempiono di attenzioni”.
Impossibile per lui dimenticare quel tragico momento che gli ha segnato per sempre la vita. “Di quel giorno ricordo tutto” commenta sotto lo sguardo attento degli infermieri che si raccomandano insistentemente di farlo riposare. Ma lui allarga gli occhi e ride. Sul televisore in fondo al letto c’è un telefilm, “quello del giorno prima e quel del giorno prima ancora”. Sempre lo stesso, da giorni e da mesi. Moustapha non ha moglie e neppure figli. Soltanto un fratello che vive a Pontedera, in provincia di Pisa, e che viene a trovarlo costantemente. Dovrà restare tra queste corsie d’ospedale per molto tempo, un tempo ancora indefinito. Settimane, forse mesi. Il suo futuro è un grosso punto interrogativo, pieno di speranza. Quella speranza che lui, insieme alla gioia di essere sopravvissuto, non ha mai perso. “Grazie” dice mentre ci congediamo.