Roma – La mobilità è un “fatto sociale” che mette l’uomo al “centro tanto se protagonista del flusso migratorio quanto se chiamato ad operare in funzione di esso a livello politico o religioso”. Riportando l’uomo al centro del discorso sulla mobilità “come sempre meno spesso avviene a favore del piano politico ed economico, è possibile realizzare un parallelo passato/presente e analizzare quali siano le caratteristiche che contraddistinguevano il migrante di ieri e quali quelle che, invece, caratterizzano il migrante di oggi”.
Lo ha detto questa mattina Delfina Licata, Caporedattore del Rapporto Migrantes “Italiani nel Mondo” parlando sul tema “migranti di ieri e di oggi” davanti ai coordinatori e delegati delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa e dei Direttori regionali Migrantes riunito a Roma .
Un tempo “essere migrante!” lo si percepiva “forte come vigoroso era il senso di spaesamento e sradicamento dalla propria realtà di origine”, ha sottolineato la studiosa: oggi questo “sentirsi migrante” si è “molto attutito soprattutto quando a spostarsi sono, ad esempio, gli italiani. Molti di questi ultimi, infatti, si spostano per cercare all’estero condizioni di lavoro e di vita rispondenti a quella che è la loro preparazione professionale, ai tanti anni di formazione spesi in Italia”. Di questi – ha detto Licata – molti sfuggono attualmente alle statistiche perché, pur soggiornando all’estero per lunghi periodi, non ottemperano all’obbligo di legge che impone la cancellazione dall’anagrafe comunale di residenza e l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire). Per Licata “se prima le cause principali di emigrazione erano le guerre, la fame, la carestia che hanno portato a 26 milioni di partenze dalla sola Italia nel giro di un secolo di storia, oggi le necessità hanno cambiato forma. Chi decide di partire oggi lo fa perché spinto soprattutto dalla disoccupazione o, d’altra parte, dalla realizzazione personale.
“Solitamente – ha aggiunto – nel passato si cercava di emigrare in un ambiente etnico, culturale, linguistico e sociale per quanto possibile più simile a quello nel quale si era abituati a vivere. Oggi è possibile parlare di vari tipi di mobilità. Accanto alla forma più conosciuta ovvero la mobilità per motivi economico-occupazionali e alle antiche fughe per persecuzioni politico-religiose vi sono motivazioni ideologiche”. Vi è chi si sposta per motivi culturali come ad esempio quelli che, dall’Italia, partono alla volta della Cina o del Giappone”.
Nella migrazione del passato il ritorno – ha spiegato Licata – al luogo da dove si era partiti era difficile e sofferto. Basti pensare ai nostri connazionali andati oltremare o ai primi immigrati in Italia degli anni ’70 che sono riusciti a tornare dai propri cari dopo più di cinque se non dieci anni di emigrazione e alcuni invece non sono mai tornati. La causa non è solo il costo del viaggio, ma anche la distanza geografica Ma se prima tempo e spazio erano per i migranti fortemente dilatati oggi vi è stata una loro imponente contrazione.
Licata ha sottolineato anche che se prima la meta del progetto migratorio la si conosceva attraverso i racconti, le lettere, il “sentito dire”, le fotografie, ecc. – il più delle volte tutto materiale caratterizzato da una buona dose di fantasia e quindi non corrispondente alla realtà – oggi bisogna, a tal proposito, sottolineare alcuni aspetti importanti. Grazie all’avvento di internet il mondo, si dice, è a portata di un click per tutti. “Per i migranti del passato – ha poi aggiunto – la società di origine da cui si era stati costretti a partire era e restava per sempre l’ambiente migliore, il locus hominis, la società dove, comunque, si tendeva a tornare a vivere mentre la meta di emigrazione era il luogo del mero lavorare e guadagnare. Da qui la necessità di trascorrere questo tempo limitato in un luogo che potesse ricostruire in piccolo il paese delle origini: si pensi alle tante little Italies sorte in America o alle tante città costruite dagli italiani nel mondo a cui diedero lo stesso nome di città italiane. Nel migrare di oggi si nota, invece, il rifiuto della comunità e del mondo sociale di origine che si abbandonano senza alcun rimpianto nella certezza che l’ambiente di destinazione è, senza dubbio, migliore di quello di partenza”.
Ieri sera i coordinatori e delegati delle MCI in Europa si sono confrontati sottolineando la richiesta di molti italiani che vivono all’estero di avere propri sacerdoti che possano celebrare la messa domenicale e nelle varie occasione nella lingua madre.



