A proposito della Festa della Mamma: le mamme immigrate

Milano – In un’Italia inesorabilmente destinata all’invecchiamento, è dalle mamme straniere – o più precisamente da quelle provenienti dai c.d. paesi a forte pressione migratoria – che viene il più significativo contributo alla tenuta demografica.

 
Le donne straniere si sposano decisamente prima di quelle italiane, e diventano mamme prima e più spesso delle italiane. In Lombardia, ad esempio, dove da oltre 10 anni è attivo un sistema di monitoraggio unico nel suo genere, oltre i 2/3 delle circa 480mila immigrate presenti hanno almeno un figlio, più spesso due (la media è di quasi due figli a testa, ma considerata la giovane età vi è da pensare che molte di esse non abbiano affatto terminato la propria carriera riproduttiva). E tutto ciò a dispetto di condizioni di reddito e abitative che le vedono nettamente penalizzate rispetto alle italiane. Ma il loro contributo agli andamenti demografici del paese sarebbe ancor più cospicuo se l’incidenza delle interruzioni volontarie di gravidanza non fosse così elevata: il tasso di abortività è oltre quattro volte quello delle italiane, indice di una diffusa incapacità a ricorrere a soluzioni preventive, ma anche delle difficoltà che si incontrano nel diventare mamme in terra straniera.
Sempre prendendo a riferimento il caso lombardo – che è del resto regione di punta nel panorama italiano, con circa un quarto delle presenze straniere complessive –, possiamo osservare come solo una mamma su quattro si dichiara casalinga; 4 su dieci lavorano in modo regolare (in circa il 30% dei casi a tempo parziale), le altre sono disoccupate od occupate in maniera precaria o irregolare. La quota di mamme attive e occupate aumenta considerevolmente al crescere del livello di istruzione, a riprova di come, al pari di quanto avviene per le mamme “nostrane”, i capitali formativi costituiscono la principale variabile esplicativa dei comportamenti agiti sul mercato del lavoro dalle donne con responsabilità familiari.
Ancora prevalentemente concentrate nei classici “lavori da immigrata” – la domestica e l’assistente domiciliare innanzitutto –, in ben rari casi sono riuscite ad approdare a un lavoro qualificato, perfino se hanno titoli di studio elevati. Sommando insieme le impiegate con quante esercitano una professione in campo intellettuale, medico o paramedico, sono meno di tre su dieci le mamme immigrate che, forti del loro titolo di studio di livello universitario, sono riuscite ad affrancarsi da un mestiere manuale e servile. E, comunque, hanno redditi decisamente modesti, di gran lunga inferiori perfino a quelli dei padri immigrati.
Col passare del tempo, aumenta decisamente la quota delle mamme che vivono insieme ai loro figli, nati in Italia o ricongiunti. L’osservatorio stima in 475mila il numero di figli delle mamme immigrate “lombarde”: un fenomeno di dimensioni enormi, che presenta molteplici implicazioni:
Le mamme immigrate – insieme ai loro figli – rappresentano una quota sempre più significativa degli utenti dei servizi sanitari e di welfare. Per esempio, tra le 483mila mamme immigrate “lombarde”, più di 8 su 10 hanno nell’ultimo anno fatto ricorso al medico di base; quasi una su due ha effettuato almeno una visita specialistica; addirittura il 35% ha fruito del pronto soccorso; e il 16% è stata ricoverata in ospedale. Più di una su quattro, peraltro, utilizza medicine e rimedi importati dal paese d’origine.
Le mamme immigrate portano con sé stili di parenting – ossia quelle pratiche genitoriali che influiscono significativamente sulla strutturazione dei comportamenti infantili – che, sia pure diversi da quelli considerati ortodossi nella società ospite, non dovrebbero essere sbrigativamente liquidati come antiquati, ma che potrebbero anzi rimettere in discussione i modelli nostrani. Per citare un solo esempio, in Europa e nel Nord America, la pratica del “co-sleeping” (il dormire insieme) viene ritenuta anomala, se non addirittura pericolosa per il corretto sviluppo del bambino; sebbene fortemente disapprovata nei paesi occidentali, essa costituisce invece la regola nella maggior parte delle culture del mondo: nel continente africano, in quello asiatico, in America Latina così come nel Medio Oriente il bambino non viene mai lasciato solo a dormire, bensì fatto addormentare a stretto contatto con la madre. Orbene, nonostante la sua stigmatizzazione, numerosi studi recenti forniscono molte ragioni per favorire la pratica del co-sleeping che, oltre a rispondere a un bisogno primario del bambino, favorirebbe il suo sviluppo, migliorerebbe la qualità del sonno tanto del bambino quanto della madre, oltre a rendere quest’ultima pronta a rispondere a qualunque necessità, fino a prevenire la sindrome della morte improvvisa nei bambini (la così detta “morte in culla”), praticamente inesistente nelle società che lo praticano. La presenza di tante mamme immigrate può dunque costituire l’occasione di riscoprire il valore per lo sviluppo del bambino di pratiche di parenting abbandonate in ottemperanza ai ritmi convulsi e ai valori della società contemporanea.
Le mamme immigrate pongono nuovi bisogni e nuove sfide al sistema della conciliazione. Esattamente come avviene per le mamme italiane, la nascita dei figli si traduce spesso in una condizione ostativa per accedere o restare sul mercato del lavoro. La tabella, costruita utilizzando un “indice di carico” dato dal rapporto tra componente adulto/maggiorenne (potenzialmente attiva sul mercato del lavoro) e componente minorenne (in massima parte a carico) del nucleo familiare illustra come per le donne immigrate – ma non per gli uomini – l’incremento dell’indice di carico si accompagna a un drastico ridimensionamento dell’occupazione. Considerando poi i dati relativi alla composizione dei nuclei familiari, si può osservare come l’avere un partner e dei figli è la condizione che più allontana le donne immigrate dal mondo del lavoro (mentre le donne sole con figli mantengono un’elevata partecipazione al mercato del lavoro retribuito), e che più influisce negativamente sui livelli salariali percepiti dalle donne immigrate (esattamente l’opposto di quanto non avvenga per gli uomini immigrati). Sfida ancora assolutamente non risolta per le donne autoctone, la conciliazione tra famiglia e lavoro retribuito resta una chimera soprattutto per le donne immigrate. Troppo facile liquidare il problema adducendo a presunti motivi culturali che terrebbero lontane dal mercato del lavoro le donne provenienti da alcuni paesi a forte pressione migratoria. Altro è poi constatare come, nel caso di alcuni paesi d’origine – più di tutti il Bangladesh e il Pakistan, seguiti a distanza dal Marocco –, la percentuale di mamme attive e occupate sia così bassa (addirittura una sola mamma occupata su 10, nel caso del Bangladesh), da chiamare inevitabilmente in causa specifici modelli culturali di divisione del lavoro di genere e specifiche culture migratorie.
E poi ci sono le tante – troppe! – mamme che vivono separate dai loro figli. Secondo la stima dell’Osservatorio sarebbero 162mila i figli delle immigrate in Lombardia che vivono all’estero; i c.d. “orfani dell’immigrazione”, le principali vittime di quell’imponente processo di care drain – drenaggio di cure – che testimonia in modo esemplare l’iniquità dell’attuale sistema di divisione internazionale del lavoro. Le tecnologie della comunicazione rendono possibile mantenere un contatto quotidiano coi propri figli, e sviluppare forme di “genitorialità a distanza” che consentono a queste mamme di presiedere alla crescita dei propri figli nonostante la lontananza fisica. Ma gli interrogativi, prima di tutto di ordine etico, sulle conseguenze di questo mercato internazionale del lavoro di cura, restano tutti aperti; giovi la Festa della Mamma a ricordarcelo (Laura Zanfrini, responsabile settore Economia e Lavoro della Fondazione ISMU)