Roma – Sono circa 250 le missioni cattoliche italiane in Europa all’interno di 19 diversi Paesi. Le più antiche risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, ma la maggior parte è nata in seguito alle grandi migrazioni del Novecento, in particolare nel secondo dopoguerra.
A partire dagli anni ’70, con la riduzione dell’emigrazione dall’Italia e i primi rientri, alcuni osservatori avevano iniziato a ventilare una loro progressiva riduzione se non addirittura una chiusura.
Così non è stato e oggi le missioni italiane si trovano a confrontarsi con un nuovo flusso di emigranti, costituito soprattutto da studenti o giovani in cerca di lavoro.
“Stiamo vivendo un cambiamento epocale”, afferma mons. Battista Bettoni, coordinatore delle missioni cattoliche italiane in Belgio, dove vivono circa 248 mila italiani (dati Aire – gennaio 2011).
“Da un lato – spiega – abbiamo le missioni nate nei primi decenni del Novecento, alle quali è chiesto un sempre maggior inserimento nella pastorale delle diocesi locali. Dall’altro siamo chiamati a confrontarci con l’arrivo di migliaia di giovani, nella maggioranza dei casi con alti livelli d’istruzione, spesso pendolari con l’Italia, che vivono un allontanamento dalle proprie radici e rischiano di trovarsi senza una comunità di riferimento. Due comunità diverse che difficilmente riescono a integrarsi ma verso le quali siamo chiamati a prestare attenzione”.
“Nella mia parrocchia a Basilea – racconta don Carlo de Stasio, delegato per le missioni cattoliche italiane in Svizzera – abbiamo creato un gruppo con i giovani adulti e le coppie di recente emigrazione: sono tutte persone arrivate da non più di 4 o 5 anni per lavorare nelle grandi multinazionali o nei centri di ricerca come il Cern di Ginevra”.
Le missioni
cattoliche in Svizzera sono 49, con 60 missionari in attività, su un totale di oltre 530 mila italiani (dati Aire – gennaio 2011)
Di fronte a certi numeri e a questi nuovi flussi migratori le missioni cattoliche devono essere capaci di adattarsi ai cambiamenti. “Credo che le missioni non siano assolutamente in declino”, continua don de Stasio, che sottolinea “l’apporto fondamentale che i nuovi emigranti possono dare alla Chiesa locale in termini di entusiasmo e nuova vitalità”. Un contributo che rientra in quel connubio tra “emigrazione e nuova evangelizzazione” sottolineato da papa Benedetto XVI nel Messaggio per la prossima Giornata mondiale delle migrazioni.
Molto è cambiato in questi anni anche nel rapporto con le comunità locali.
“In passato – racconta don de Stasio – il legame con le diocesi d’origine era molto più stretto. Oggi, invece, si sta perdendo mentre cresce quello con le Chiese locali”. Il sacerdote mette però in guardia di fronte a un processo d’integrazione che potrebbe essere prematuro: “È molto importante che cresca la comunione con le Chiese locali, ma credo sia rischioso forzare l’integrazione. Sono convinto che se si chiudessero le missioni noi perderemmo circa il 60-70% dei nostri fedeli. Questo perché la fede, per essere comunicata, ha bisogno anche di un contenitore culturale. Capita che nostri fedeli frequentino le comunità svizzere e arriverà un giorno in cui le missioni, così come le conosciamo oggi, non avranno più ragione d’essere, ma dev’essere un processo spontaneo che non può essere forzato dall’esterno”.
Un avvicinamento alle Chiese locali sottolineato anche da don Federico Andreoletti, delegato per le 16 missioni in Francia: “Nelle diocesi francesi esiste un’equipe pastorale che raggruppa i responsabili delle varie comunità di migranti. Questo ha favorito l’apertura delle comunità locali, anche se non mancano situazioni di difficoltà. Credo però che dai nuovi migranti possa arrivare un arricchimento per le Chiese locali anche nell’ottica di un percorso di nuova evangelizzazione”.
Non solo Europa centrale: significativa è anche l’esperienza delle missioni cattoliche italiane in Romania che, a fronte di una nuova emigrazione legata alle imprese delocalizzate in questi ultimi anni, può contare sulla presenza di una comunità storica. “In Romania – racconta don Graziano Colombo, incaricato dei cattolici italiani di Bucarest – esistono comunità fondate da friulani e veneti emigrati nel 1850. In alcuni casi ci troviamo di fronte a persone di terza o quarta generazione
che non hanno più la cittadinanza italiana, ma ne conservano la lingua e la cultura”. Nella capitale Bucarest nel 1916 è stata fondata la chiesa degli italiani, ancora di proprietà dello Stato italiano, dove ogni domenica la comunità si ritrova per la messa.
“Da alcune settimane – conclude il sacerdote – abbiamo stretto un accordo con un’emittente rumena per la trasmissione via web e tramite alcune tv locali della messa domenicale in lingua italiana. Un modo per raggiungere anche quelle comunità che non possono contare sulla presenza fissa di un sacerdote”. (SIR – Migrantes)



