Città del Vaticano – “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”. Questo passo, tratto dal capitolo 10 della Lettera agli Ebrei, è stato scelto da Papa Benedetto XVI per il messaggio per la prossima Quaresima. E’ una frase inserita – spiega il pontefice – in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a “confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo – afferma il papa – è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore con cuore sincero nella pienezza della fede”, di “mantenere salda la professione della nostra speranza” e nell’attenzione “costante ad esercitare insieme ai fratelli la carità e le opere buone.
L’invito è quello di “fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece – scrive Benedetto XVI nel messaggio diffuso oggi dalla Sala Stampa Vaticana – prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la sfera privata. Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli, di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità – prosegue il papa – la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore”.
Benedetto XVI invita anche a “non tacere di fronte al male”, stigmatizzando quella “mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale”. “Una società come quella attuale – denuncia – può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita”. Nel messaggio, Benedetto XVI critica l’atteggiamento “di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene”. Il rimprovero cristiano, precisa però il Papa, “non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello”.
“L’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede – spiega il Papa – deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore”. Come affermava Paolo VI, “il mondo è malato” soprattutto per la “mancanza di fraternità”: l’attenzione all’altro, invece, “comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale”. “La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male – spiega il Papa – mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è buono e fa il bene. Il bene è ciò che protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione”. La “responsabilità verso il prossimo” significa, allora, “volere e fare il bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità”. “Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello?”, si è chiesto il Papa: “Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni”, la risposta”. “Mai dobbiamo essere incapaci di avere misericordia verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero”. Invece, “proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia”, ha concluso Benedetto XVI, esortando i cristiani a vincere la “tentazione della tiepidezza”. (R.I.)



