Roma – “Nel momento in cui l’intera Nazione fa pubblica memoria, e si stringe nella fede a quanti sono segnati dalla sciagura, non vogliamo dimenticare coloro – persone e istituzioni – che hanno fatto il proprio dovere in modo ammirevole per competenza e dedizione, e i molti volontari che – come sempre nelle circostanze del maggiore bisogno – si sono prontamente offerti e prodigati per concorrere all’ urgente soccorso”. In primis gli abitanti dell’Isola del Giglio.
Sono le parole pronunciate questa mattina dal card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli al termine di una solenne liturgia eucaristica – trasmessa su Rai Uno – per le vittime, i naufraghi e i dispersi della Nave Concordia, arenata, un mese fa sugli scogli dell’isola del Giglio.
La liturgia è stata presieduta dal segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata al posto del card. Bagnasco che a causa del maltempo ha ritardato il suo arrivo a Roma.
Alla celebrazione era presente il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Fra i concelebranti il presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò e il direttore dell’Ufficio per la pastorale marittima della Fondazione Migrantes, mons. Giacomo Martino.
“A tutti l’Italia – ha detto il card. Bagnasco – guarda con stima e gratitudine: in loro riconosciamo l’anima profonda del nostro popolo, ricco di intelligenza e di cuore, sempre capace di grandi cose senza perdersi d’animo. Che la luce del Signore aiuti a fare verità e giustizia, a sanare le ferite, a rafforzare la fiducia e – insieme – il coraggio per il futuro. E’ possibile e doveroso”.
E richiamando il Vangelo di oggi – la guarigione di un lebbroso – il presidente della Cei ha sottolineato che questo Vangelo “ci aiuta a vivere il nostro cammino di uomini e di discepoli di Cristo Gesù: cammino nel quale si innestano le vicende liete e tristi dell’esistenza. Nel malato di lebbra che si accosta al Signore – ha spiegato – è facile vedere in contro luce ciascuno di noi: sì, perché se siamo sinceri con noi stessi, riconosciamo che tutti siamo un poco malati. Distorsioni concettuali, schematismi manichei, pregiudizi ostinati, ferite antiche e nuove, ci rendono poco o tanto come il lebbroso bisognoso del medico, quello dell’anima”.
Il Vangelo ha concluso il cardinale – ci ricorda l’affascinante paradosso umano che si intreccia di nobiltà e di miseria, di forza e di debolezza, di temporalità e di tensione all’eterno, di vita e di morte. Il mistero, e a volte il tormento che siamo, sospinge lo sguardo dell’umanità verso l’alto, si fa voce e – come il lebbroso del Vangelo – invoca la salvezza, e quella felicità che cerchiamo disperatamente senza riuscire a trovarla appieno e per sempre”.



