Roma – “Offrire un servizio alla prima libertà riconosciuta alla persona, ossia la libertà religiosa che anche la ‘Dignitatis Humanae’ (Dichiarazione del Concilio Vaticano II, ndr) definisce ‘il primo dei diritti”.
Così ieri pomeriggio don Angelo Auletta, assistente spirituale dell’Università Cattolica di Roma, ha spiegato a Giovanna Pasqualin Traversa, per il SIR, l’obiettivo della tavola rotonda “Le varie forme religiose riconciliate attorno alla persona del malato”, che si sarebbe svolta di lì a poco al Policlinico Agostino Gemelli. Sette rappresentanti di altrettante fedi religiose a confronto con l’obiettivo di “pensare alla costruzione di un modello di buone pratiche per promuovere un servizio pastorale corrispondente alle diverse esigenze religiose di ogni degente in una sorta di autentica accoglienza delle differenze”; una necessità imposta dalla trasformazione della nostra società “sempre più multiculturale e multireligiosa”.
“Vogliamo inoltre – ha proseguito don Auletta – mettere i rappresentanti delle realtà religiose ufficialmente riconosciuti in contatto con i dirigenti della nostra struttura sanitaria cui compete l’attuazione pratica di questo progetto”. Per Andrea Cambieri, dirigente medico del nosocomio, “questa è una prima occasione di incontro per ragionare insieme su un aspetto assolutamente centrale e preminente nel malato: la sua spiritualità. L’accoglienza non è integrale se manca di questa che ne è la sua dimensione più profonda”. Riuscire “a esempio a creare negli ospedali un luogo per la preghiera adeguato alle esigenze di ognuno, e anche un albo di ‘ministri’ accreditati delle diverse religioni cui i pazienti possano rivolgersi, è un modo per esprimere il grande ‘mistero’ della persona che soffre”, ha aggiunto Luigi De Salvia (Amci Roma). Auspicando l’inizio di “un percorso di collaborazione”, Mustafa Qaddourah (Centro islamico culturale d’Italia) ha affermato che “tutti i tipi di dolore devono essere trattati, anche quello dell’anima, perché il paziente è un essere completo”. Qaddourah, di professione pediatra di famiglia, ha sostenuto che “noi, in primo luogo come credenti e in secondo come medici, dobbiamo sollevare dal dolore per quanto sia possibile”, e ha richiamato al riguardo l’esempio della “infinita misericordia di Dio”. Personalmente, ha concluso, “come credente musulmano non posso che essere sempre per la vita”.
“Il termine ‘riconciliazione’ contenuto nel titolo dell’incontro è fondamentale”, ha osservato il pastore Antonio Adamo, della Chiesa valdese di Roma, secondo il quale “siamo invitati a vivere questa realtà dinamica che è un muoversi verso l’altro riconoscendo che l’altro si aspetta da noi un’azione, auspicabilmente di incontro e aiuto”. “La malattia – ha aggiunto – è una lacerazione della persona”. Per questo “l’accompagnamento spirituale del paziente ha un valore altissimo: la guarigione del corpo dipende anche dalla cura dell’anima”. Per Maria Angela Falà, dell’Unione buddhista italiana, “il dialogo non passa solo attraverso i convegni; si basa soprattutto sui momenti essenziali della vita e tra questi anche la malattia, fattore che ci fa sentire più vicini nel nostro comune ‘essere umani’”. “Pensare ad assistere spiritualmente il malato, cioè il più fragile, secondo la sua appartenenza religiosa, dice l’attenzione all’uomo, la compassione che ci rende fratelli”. Per il buddismo, ha concluso, “tra i requisiti di un buon assistente per i malati c’è la capacità di incoraggiarli a seguire la propria fede”.
Ad indicare concrete modalità di assistenza ai degenti è stato Alessandro Curzi (Unione induista italiana), dopo avere precisato che “la visione induista valorizza la libertà di coscienza legata alla responsabilità personale”.
“Il ‘sacerdote’ – ha spiegato – non è mai ‘mediatore’ con Dio” e le “esigenze alimentari” e le pratiche ritualistiche “sono soggettive”, così come nella gestione delle cure vale “il principio di scelta individuale”. Unica regola generale, legata “al grande senso del pudore delle donne di India, Nepal e Sri-Lanka, è che esse dovrebbero essere assistite e accudite da altre donne”. Anche per Hari Singh Khalsa, rappresentante della Comunità Sikh in Italia, “se curiamo solo la sofferenza corporea e non quella dell’anima, la cura rimane e metà”; per questo “in un momento in cui una medicina superspecialistica sembra ‘estrapolare’ dall’uomo l’organo malato su cui concentrarsi, è importante ribadire l’importanza della cura integrale della persona, in corpo e anima”.
“Per il medico ebreo – ha spiegato Oreste Bisarra Terracini (Comunità ebraica di Roma) – la vita va sempre difesa, dalla nascita alla morte, e il dolore va sempre alleviato, anche se può accelerare la fine”. A conclusione dell’incontro ogni rappresentante ha acceso una piccola lampada, e dopo averla deposta ai piedi della statua di Giovanni Paolo II, “grande campione di dialogo”, collocata davanti all’ingresso principale del Gemelli, ha recitato una sua breve preghiera. Nei mesi scorsi i partecipanti alla tavola rotonda hanno collaborato alla stesura dell’opuscolo “L’accoglienza delle differenze e specificità culturali e religiose nelle strutture ospedaliere e territoriali della Regione Lazio”, contenente raccomandazioni per gli operatori sanitari.



