Città del Messico – Marciano da tredici giorni con le foto dei loro parenti appese sul petto. Sono quarantatré donne provenienti da Nicaragua, El Salvador, Honduras e Guatemala che da anni cercano i loro figli, partiti con la speranza di entrare negli Stati Uniti e dei quali non hanno più notizie. Tutti migranti scomparsi. Non sanno più dove sono o se sono ancora vivi: per questo dal 2005 le madri centroamericane si sono unite in una marcia che, ogni anno, attraversa quattordici Stati messicani in venti giorni. Negli ultimi sette anni, secondo i dati di organizzazioni umanitarie, più di settantamila persone sono sparite prima o dopo aver attraversato la frontiera con gli Stati Uniti. La carovana, partita da Tula il 29 novembre, ha raggiunto venerdì scorso la Casa del migrante “Il samaritano”, nella zona di Bojay, nel comune di Atitalaquia. Il gruppo segue il percorso della ferrovia: i partecipanti sono già passati da Tabasco, Chiapas, Hidalgo. Fino al 18 dicembre percorreranno gran parte del territorio messicano per un totale di circa quattromila chilometri. Le quarantatré donne continuano a portare il peso del dolore e una speranza nel cuore.
“Vivi sono partiti, vivi li vogliamo”, gridano mentre attraversano le strade, anche nel mezzo della notte. La maggioranza di loro ha una certa età, ma nonostante tutto continuano a marciare con decisione, forza e coraggio. Solidarietà a tutte le madri della lunga marcia, ma anche a quelle che hanno perso un familiare nel tentativo di espatriare negli Stati Uniti, è stata espressa dal vescovo di Tula, monsignor Juan Pedro Juárez Meléndez: “Sono vicino, vorrei dire una parola di speranza, di solidarietà a coloro che soffrono da lungo tempo per la separazione dai propri cari”. Queste madri disperate non sanno dove possono essere i loro figli quando hanno lasciato i Paesi di origine. “Vengono a cercarli – ha spiegato il presule – e allo stesso tempo mostrano il dolore e la sofferenza vissuta per questa situazione di incertezza che dura da molto tempo”. I trafficanti di persone, i coyotes, per un prezzo che varia fra i 3.000 e i 6.000 dollari (all’ incirca tra i 2.300 e i 4.600 euro), offrono la possibilità di attraversare illegalmente il confine ed entrare negli Stati Uniti. È il prezzo del sogno, pagato spesso con il lavoro di un’intera famiglia, ma il versamento della somma non assicura nulla, solo che qualcuno passerà a prenderli a una certa ora e li chiuderà in un veicolo con altri disperati, per poi magari scaricarli tutti in mezzo al deserto alla prima difficoltà. Può capitare che vengano lasciati morire a pochi metri dalla frontiera dopo essere stati derubati dei pochi soldi che portavano con sé per riuscire a sopravvivere nei primi giorni; oppure che siano venduti ad altri trafficanti in cambio di soldi. L’ unica cosa certa è che tanti partono ma non tutti arrivano. “Molte persone – ha sottolineato il vescovo di Tula – approfittano della povertà degli immigrati, che arrivano qui senza niente, senza vestiti o cibo. Sono situazioni che ci preoccupano perché si tratta di esseri umani. Spesso ci lamentiamo perché quando i nostri fratelli messicani cercano di entrare negli Stati Uniti vengono maltrattati, ma qualche volta noi facciamo lo stesso con questi fratelli che vogliono attraversare il nostro territorio”. Anche monsignor Eduardo Porfirio Patiño Leal, vescovo di Córdoba, ha condannato le violenze alle quali sono sottoposti i migranti centroamericani che attraversano il Messico, sottolineando il fatto che viene sempre chiesta loro una tangente per viaggiare senza problemi sul treno. “Questo – ha sottolineato il presule – ci deve far pensare, perché noi chiediamo rispetto per i cittadini messicani negli Stati Uniti, ma prima dobbiamo dare l’ esempio, dobbiamo essere coerenti”. Secondo Patiño Leal, si continuano a perseguire i migranti illegali come criminali e non vengono rispettati i loro diritti umani. (Osservatore Romano)



