Australia: una competizione elettorale sulla pelle dei rifugiati

Sydney – I richiedenti asilo e i rifugiati sono maltrattati e degradati socialmente a causa dei calcoli della convenienza politica. La denuncia viene da monsignor Christopher Saunders, vescovo di Broome e presidente dell’Australian Catholic Social Justice Council, in merito alle ultime vicende che vedono migliaia di migranti respinti dall’Australia e trasferiti nelle Manus Island. Rivolgendosi agli elettori in vista delle prossime elezioni federali del 7 settembre, monsignor Saunders ha detto che “ognuno di noi ha la responsabilità di mantenere le sue facoltà critiche e di analizzare attentamente tutte le politiche messe in atto non solo dai vari partiti della nazione, ma anche dai singoli candidati”. Il vescovo ha quindi invitato gli elettori a “giudicare attentamente il valore morale di ogni proposta” e ha descritto le elezioni federali di quest’anno come “una meravigliosa opportunità di votare per la giustizia sociale nel nostro Paese”. Le politiche sempre più rigide e aspre sui richiedenti asilo e sui rifugiati da parte dei due maggiori partiti australiani hanno innescato preoccupazione tra i vari enti caritativi cattolici, tra cui il Jesuit Refugee Service, Caritas Australia e la San Vincenzo de’ Paoli. John Falzon, amministratore delegato della San Vincenzo de’ Paoli, è stato critico riguardo alle misure di fermo per i richiedenti asilo, in particolare per i bambini. Il mese scorso, i vincenziani, assieme al Consiglio australiano per i servizi sociali e all’associazione UnitingCare Australia hanno condannato l’annuncio da parte del Governo secondo cui “nessun altro richiedente asilo potrà stabilirsi in Australia”. “Aspettiamo con ansia il giorno in cui le elezioni non saranno una competizione su quanto possiamo essere punitivi nei confronti di persone in fuga e vittime di persecuzioni e sofferenze”, ha detto Falzon, insistendo che “l’Australia dovrebbe accogliere queste persone disperate e coraggiose piuttosto che permettere loro di essere utilizzate per fini politici da entrambi gli schieramenti”. In questi mesi, in Australia, sono state numerose le riunioni e i dibattiti, ai quali hanno preso parte diversi candidati politici, riguardanti le politiche in atto nei confronti dei rifugiati e dei richiedenti asilo. In nessuno di questi incontri, però, ci si è soffermati sul perché queste persone sono state costrette ad abbandonare le loro terre di origine e a volte anche le loro famiglie. “Questo non è un problema di sicurezza delle frontiere. Non è una questione militare. Si tratta — ha detto Phil Glendenning, direttore dell’Edmund Rice Centre — di una emergenza umanitaria che richiede una seria risposta umanitaria. Negli ultimi dodici mesi circa 20.000 uomini, donne e bambini sono arrivati nelle nostre coste a chiedere asilo. Ma diciamo le cose come stanno: se queste 20.000 persone domani andassero a vedere un importante evento sportivo ci sarebbero polemiche sul perché c’erano così poche persone allo stadio”. Glendenning ha raccontato che i ricercatori dell’Edmund Rice sono andati in Afghanistan per rintracciare alcuni richiedenti asilo che erano stati in Australia e che erano poi stati rispediti indietro, dopo un periodo di detenzione a Nauru, durante gli anni del Governo Howard. “Abbiamo scoperto, purtroppo, che ventuno persone rimandate in Aghanistan da Nauru erano state uccise. Tre di questi erano bambini. Il nostro compito era quello di incontrarle, intervistarle, registrare le loro storie e portarle al Governo australiano e alle Nazioni Unite. La buona notizia è che, attraverso questo processo e la collaborazione con altre agenzie internazionali, molte di quelle persone sono stati accolte nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Canada, Svezia e Nuova Zelanda”. Secondo il vescovo Saunders “molti politici si sono azzuffati per occupare quella che può solo essere considerata la linea morale più bassa. La politica del Governo e della coalizione che lo sostiene sui richiedenti asilo e sui rifugiati è crudele, disumana ed è una vergogna per tutti noi”. (Osservatore Romano)