Roma – La popolazione straniera in età da lavoro (di 15 anni ed oltre), nel 2012 è composta da 1,2 milioni di cittadini di provenienza dai Paesi UE e da 2,7 milioni di provenienza extracomunitaria. Circa 2 milioni e 334 mila stranieri hanno un lavoro. Rispetto all’anno precedente, si è registrata una crescita dell’occupazione straniera di circa 82 mila persone, accompagnata da una diminuzione di 151 mila occupati italiani, generando così un saldo negativo di 69 mila unità. La crescita dell’occupazione straniera ha interessato la componente UE (+3,9%) e quella extracomunitaria (+3,6%) e, relativamente alle dinamiche settoriali, tra i 2011 ed i 2012 si registra una netta diminuzione degli occupati stranieri nell’industria in senso stretto (-2,8% per la componente UE e -2,6% per quella extra UE) e nelle costruzioni (-3,1 % UE e -0,4% extra UE), mentre cresce l’occupazione straniera nei servizi (+ 6,4%). Sono i dati presenti nel Rapporto del Ministero del Lavoro presentati oggi.
Specularmente, i cittadini stranieri in cerca di lavoro nel 2012 sono quasi 385 mila (circa 120 mila comunitari e 265 mila extracomunitari) e il relativo tasso (pari al 14%) sopravanza di 4 punti il valore relativo ai cittadini italiani. Rispetto al 2011 gli individui stranieri in cerca di lavoro crescono del 19,2% relativamente alla componente UE e del 25,4% a quella extra UE. In valore assoluto il fenomeno della disoccupazione straniera, nella lunga fase di crisi, assume caratteri decisamente allarmanti. Considerando, infatti, l’ultimo triennio dal 2010 al 2012, le persone in cerca di lavoro di cittadinanza UE sono cresciute di oltre 35 mila unità, mentre tra le forze di lavoro di cittadinanza extra UE, l’aumento è superiore alle 72 mila persone.
Ma a differenza della popolazione italiana – spiega il Rapporto – la cui componente inattiva si riduce, nel caso degli stranieri si registra, tra il 2011 ed il 2012, un aumento rilevante della popolazione inattiva, che per la componente UE cresce di 15 mila unità e per quella extra UE di circa 71 mila persone, avvicinando ulteriormente i tassi di attività della popolazione italiana (62,9%) a quelli della componente straniera delle forze di lavoro (75,4% UE e 68,4% extra UE).
Nel 2012 gli occupati dipendenti erano in Italia 17,2 milioni di cui 14 milioni a carattere permanente e 3,1 milioni temporanei – nonché 5,7 milioni di indipendenti. L’’incidenza degli occupati dipendenti sul totale è per i lavoratori comunitari l’88,3%, per gli extracomunitari l’86,5%, e per gli italiani il 73,8%.
Considerando la composizione percentuale, sempre per carattere dell’occupazione, si osserva tra gli stranieri una quota di occupati permanenti superiore a quella registrata per gli italiani (61,4%), pari al 63,2% per gli stranieri extra UE ed al 65% per i lavoratori stranieri di provenienza UE. Praticamente identica, nelle due componenti l’incidenza degli occupati temporanei sul totale (23,3%), quota nettamente maggiore rispetto a quella registrata per gli italiani (12,5%). Nettamente inferiore è invece la quota di stranieri indipendenti (circa 300 mila) e pari quasi al 12% dei lavoratori UE ed al 13,5% di quelli extracomunitari, contro il 26% degli italiani.
Rispetto al 2011 si assiste ad un aumento generalizzato dell’occupazione temporanea, nettamente maggiore per componente straniera: tra i dipendenti extracomunitari si registra un incremento delle posizioni a termine del 24%, per i lavoratori extra comunitari, del 21% per i comunitari e del 7,6%. per gli italiani.
Per quanto riguarda la composizione degli occupati per settore di attività economica, la maggiore concentrazione di lavoratori stranieri si evidenzia nell’industria, dove sono occupati 520 mila lavoratori extracomunitari e 250 mila comunitari. Tuttavia il peso degli stranieri nelle attività manifatturiere diminuisce significativamente tra il 2011 e il 2012 del 2,9% per i lavoratori di provenienza UE e dell’1,7% per la componente extracomunitaria. Nel dettaglio, la diminuzione rispetto al 2011 interessa soprattutto la componente UE che diminuisce del 3,1% nelle costruzioni e del 2,8% nell’industria in senso stretto, mentre per la componente extracomunitaria la diminuzione nelle costruzioni è trascurabile mentre è rilevante il calo nelle attività manifatturiere. Al contrario, il terziario fa registrare, nell’ultimo anno, un incremento dell’occupazione straniera superiore al 6%. Si assiste anche ad una crescita degli occupati stranieri in Agricoltura, con 11 mila nuovi lavoratori stranieri, di cui poco più di 8 mila sono comunitari (+ 21%).
I lavoratori stranieri occupati nel 2008 erano 1,75 milioni e a distanza di cinque anni il loro numero è salito a 2,3 milioni, il dieci per cento del totale. L’aumento ha riguardato sia la componente maschile, che cresce di 250 mila unità, sia quella femminile, che passa dalle 701 mila unità del 2008 ad oltre un milione nel 2012. Ma nonostante la crescita in valore assoluto dell’occupazione straniera e, parallelamente, la diminuzione della componente italiana di circa un milione di unità, diversi indicatori convergono nel segnalare come la crisi abbia colpito in misura relativamente più accentuata proprio la componente immigrata.
La prima evidenza è rappresentata dalla crescita esponenziale della disoccupazione. Nel 2008 gli stranieri in cerca di lavoro erano 162 mila di cui 94 mila donne e 67 mila uomini. Nel 2012 i disoccupati stranieri sono ben 382 mila di cui 193 mila donne e 190 mila uomini. Non solo, quindi, nei cinque anni di crisi la disoccupazione cresce di oltre 220 mila unità, ma l’aumento esponenziale della componente maschile (123 mila disoccupati in più) segnala un fenomeno nuovo, di forte destabilizzazione sociale per tutte le comunità straniere. L’aumento è dovuto, in larga misura, all’espulsione di lavoratori stranieri dai comparti produttivi manifatturieri (a cui si aggiunge una componente di “giovani” ex inattivi – spesso di seconda generazione – in fase di transizione dalla scuola alla vita adulta e professionale) generando, quindi, un diverso impatto sulle comunità straniere, maggiore per quelle più inserite nel settore industriale, minore per le comunità più caratterizzate dal lavoro nei servizi alle famiglie.
Ma non è solo nell’aumento della disoccupazione o nel ridimensionamento della domanda nel settore manifatturiero che è possibile cogliere l’effetto della crisi sulla componente straniera delle forze di lavoro. Nel 2008 il 29% dei lavoratori stranieri era impegnato in mansioni non qualificate, percentuale che nel 2012 raggiunge il 34%, mentre si riducono nettamente le posizioni “qualificate” che passano dall’8,2% del 2008 al 5,9% del 2012. La crescita della domanda, quindi, sembra condizionata e circoscritta a mansioni sempre più “povere” e comunque concentrata su poche professioni (nel 2012 le assistenti domiciliari e le collaboratrici domestiche rappresentano più della metà delle occupate straniere).
Infine, come segnala il recente Rapporto annuale 2013 dell’ISTAT, contribuiscono a rappresentare gli effetti della crisi sui lavoratori immigrati tre fenomeni: l’aumento dei livelli di “sovra istruzione” dei lavoratori stranieri (ossia svolgere mansioni sottodimensionate rispetto al proprio livello di istruzione/qualificazione); la crescita dei fenomeni di sottoccupazione e l’aumento del divario delle retribuzioni medie rispetto a quelle dei lavoratori italiani. Per quanto riguarda il primo, nel 2012 risultavano sovra istruiti il 41% dei lavoratori stranieri, una percentuale in crescita se si considera che nel 2008 erano il 39%. Il secondo fenomeno riguarda il volume di ore lavorate, indicatore che descrive non solo l’intensità della domanda, ma appunto il livello di utilizzazione dei lavoratori. Nel 2008 risultavano sottoccupati il 7% dei lavoratori stranieri e nel 2012 la quota sale al 10,7%, 6 punti percentuali in più rispetto a quella degli occupati italiani.
Le condizioni lavorative più svantaggiate si riflettono anche sulla retribuzione netta mensile che, per gli stranieri, è, in media, più bassa e si attesta, nel 2012, a 968 euro contro i 1.304 euro dei lavoratori italiani (-336 euro). Nel 2008 la retribuzione netta dei lavoratori stranieri era solo lievemente maggiore (973 euro al mese), ma il divario con le retribuzioni italiane era molto minore, pari a 266 euro per mese. Si può, dunque, affermare che anche sotto il profilo delle retribuzioni, la crisi abbia penalizzato la componente straniera del mercato del lavoro. Ma non è possibile stabilire se le trasformazioni descritte abbiano una natura congiunturale o se i fenomeni siano più di natura strutturale. Certo è che se si considera, oltre al ridimensionamento del fabbisogno di manodopera, l’aumento esponenziale della disoccupazione (soprattutto per la componente UE), la crescita della componente inattiva (soprattutto per la componente extra UE) ed il progressivo impoverimento qualitativo della domanda, è difficile immaginare che i fenomeni descritti abbiano una natura transitoria. Almeno nel breve periodo, gli effetti della crisi sulla disoccupazione e sulla qualità della domanda di lavoro saranno difficili da contrastare e resteranno i principali ostacoli ai processi di integrazione delle comunità straniere in Italia. (Fonte Rapporto annuale “Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia)



