Reggio Calabria – La cronaca di questa memorabile visita è apparsa a caratteri cubitali su tutti i mezzi di comunicazione, ha fatto il giro del mondo; è superfluo farne la cronaca. Una visita lampo, ma che segna una pagina di storia, anzi “pagine di storia”, come si è espresso mons. Francesco Montenegro, che è il vescovo locale ed è pure Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes
Pagine non soltanto per la piccola isola, porta d’Europa per chi viene dall’Africa, ma per il nostro Paese e per il mondo intero. Tante “Lampeduse” infatti sono sparse nel mondo col medesimo carico di drammi umani: l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) ha reso noto che gli sfollati, rifugiati, richiedenti asilo in un solo anno, dal 2011 al 2012, sono passati da 42,5 milioni a 45,1 milioni, un aumento che non si registrava da 18 anni. Papa Francesco è stato informato in questi mesi di Lampedusa, ma egli sa collocare questo caso particolare sull’immenso scenario del mondo. Perciò parla a Lampedusa, ma parla per il mondo; lancia un messaggio forte che non ha confini. Siamo soliti vedere e sentire questo Papa così dolce, sorridente, amabile; a Lampedusa non gli mancano sorrisi e carezze ai bambini, ma quando il pensiero va a questi migranti “forzati” ha parole di fuoco, che traggono ispirazione dalla duplice domanda divina, riportata nelle prime pagine della Bibbia: “Adamo, dove sei? Caino, dov’è tuo fratello?”. Domande lontane nel tempo che sono di estrema attualità oggi per l’uomo, per ogni uomo che ha coscienza della sua dignità e responsabilità di persona umana. Parole brucianti che nessuno vorrebbe rivolgere a se stesso. Ma proprio perché nessuno si discolpi e si tenga fuori, il Papa coinvolge anche se stesso e più di una volta: “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo”. E per rimarcare il tono, dopo un accenno alle tragedie che hanno inabissato nel Mare nostrum in pochi anni circa ventimila naufraghi, egli si fa una domanda e si dà una risposta: “Chi è il responsabile di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?”. E conclude: si è giunti alla “globalizzazione dell’indifferenza”, espressione che ripete per tre volte, con l’esortazione finale: “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza”, sinonimo, per il Papa, di “crudeltà”, di irresponsabilità. Anche i paramenti violacei che indossa rimarcava il tono penitenziale della celebrazione. Altro che festa! Papa Francesco è stato Lampedusa per scuotere la coscienza di tutti, a cominciare da quelli che stanno molto in alto; per lui sono, come il noto personaggio manzoniano, gli “innominati”, perché nascosti in una forma di anonimato. Per chi gli sta attorno, invece, per i cittadini di Lampedusa, compreso il parroco e il sindaco, egli ha parole di ringraziamento ripetute e a conclusione del suo discorso; altrettanto per le forze di sicurezza, sempre impegnate in un’opera di pronta e coraggiosa primissima accoglienza e per i tanti volontari che si lasciano coinvolgere anche interiormente dalla sorte di questi fratelli, poco importa se della stessa o di altra fede religiosa. Insomma le sue parole sembrano quasi riesumare la proposta che due anni fa si era fatta insistente: a Lampedusa il premio Nobel per la pace! Il Papa ha incontrato per primi i protagonisti di queste drammatiche avventure del mare; nei giorni precedenti erano stati trasferiti in massa fuori dell’isola e la loro Casa si Accoglienza si era quasi del tutto svuotata. Ma sono bastate le tre carrette del mare del 3 luglio col nuovo carico umano di 490 uomini, donne, bambini fuggiti dall’altra sponda del Mediterraneo per andare oltre il tutto pieno e suscitare la domanda: dove sistemare i 165 nuovi profughi arrivati quella mattina, soccorsi a poche miglia dal porto e approdati alle 7.45 al Molo Favolaro, lo stesso molo dove poco più di un’ora dopo, avrebbe messo piede a terra il Santo Padre? Per lui però questo di Lampedusa non è il primo impatto con questa realtà dolorante, l’ha ben presente, anzi sono sempre sue parole gli torna “continuamente come una spina nel cuore”. Ne ha dato straordinaria conferma poco più di un mese fa quando a Roma il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti ha tenuto la sua Sessione Plenaria sul tema: “La sollecitudine pastorale della Chiesa nel contesto delle migrazioni forzate”. Papa Francesco è intervenuto con un incisivo discorso sulla sorte di “milioni di rifugiati, sfollati, apolidi” e vittime di ignobili traffici di esseri umani. Due i punti salienti. Il primo è sul dio denaro che è all’origine di queste situazioni: “In un mondo in cui si parla tanto di diritti sembra che l’unico ad averli sia il denaro. Viviamo in un mondo dove comanda il denaro, viviamo in una cultura dove regna il feticismo dei soldi”. L’altro spunto, quello conclusivo del discorso, porta la considerazione da un livello umano a un livello specificamente cristiano: “Cari amici, non dimenticate la carne di Cristo che è nella carne dei rifugiati: la loro carne è la carne di Cristo”. Il Papa riconosce che si è di fronte “purtroppo a un fenomeno in continua espansione”; perciò per chi si impegna in questo campo in nome della Chiesa il “compito è sempre più esigente”. Tante sono le motivazioni che possono alimentare convinzioni e risorse per non fermarsi, anzi per accelerare il passo a fianco di questi fratelli, ma la più convincente è quella ora espressa: “La loro carne è la carne di Cristo”, versione moderna, attuale, “francescana” della sentenza evangelica: “Ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25, 35). (P. Bruno Mioli – Direttore Migrantes Reggio Calabria-Bova – Avvenire di Calabria)



