Città del Vaticano – “A ciascuna persona deve essere data protezione sul territorio di uno Stato. Questo non è un dibattito solo teorico, ma soprattutto concreto”. Lo afferma oggi il card. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, sul quotidiano della Santa Sede, “Osservatore Romano” parlando della XX Assemblea del Dicastero pontificio sul tema “La sollecitudine pastorale della Chiesa nel contesto delle migrazioni forzate” che si apre questa mattina (fino al 24 maggio). Il cardinale porta ad esempio la situazione dei rom in tanti Paesi. “Molti di loro – afferma – rimangono apolidi, non avendo la protezione di alcuno Stato, con tutte le conseguenze negative che ne derivano. Essi vivono quasi come persone invisibili, prive di documenti d’identità, con scarse possibilità di ottenere un posto di lavoro, l’accesso allo studio e di lasciare i loro poveri accampamenti. I loro figli, anche quando sono nati e cresciuti in una nazione, rimangono comunque privi di nazionalità e quindi vittime della legislazione di quella stessa nazione”. “Spesso questo – aggiunge – comporta l’accattonaggio, anche da parte dei bambini, che trascurano così la scuola e l’istruzione. Si dovrebbero creare le condizioni per porre fine all’apolidia. Sarebbe una dimostrazione di civiltà, di generosità e di responsabilità se l’Italia, per esempio, valutasse seriamente l’ipotesi di concedere la cittadinanza a quanti sono nati e cresciuti sul suo territorio, o almeno fornisse loro il permesso di soggiorno”. Durante l’Assemblea la presentazione del documento “Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate” che sarà presentato ufficialmente il 6 giugno prossimo. “Il pensiero — spiega il card. Vegliò – corre naturalmente alla Siria, cioè a una delle situazioni più drammatiche in corso oggi e sulla quale ho raccolto la forte preoccupazione del Santo Padre. Una grave crisi umanitaria che ha già provocato l’esodo di 1.500.000 persone ufficialmente registrate, soprattutto nei Paesi confinanti”. Per questo — aggiunge il porporato — “faccio appello a tutta la comunità internazionale, e naturalmente alla Chiesa, ad attivarsi per trovare delle sollecite risposte”. La pastorale per le migrazioni forzate – ha poi spiegato al giornale il presidente del Pontificio Consiglio – “è una questione che tocca un fenomeno in crescita costante: basti pensare che il numero di quanti hanno lasciato le loro case o si trovano in esilio ammonta attualmente a 100 milioni. Una cifra che tocca tutti i contesti regionali del mondo. Come possiamo rispondere al trauma dei bambini soldato, come possiamo assistere le tante e tante donne violate, o confortare dei genitori che durante la fuga hanno perso un figlio? Queste persone hanno bisogno di conforto e di speranza per essere in grado di ricostruire la loro vita. Una risposta pastorale è bene accolta da tutte le religioni. L’importante è essere rispettosi del credo religioso altrui, senza l’intenzione di convertire persone che si trovano in condizione di fragilità”.



