Sessa Aurunca – “Che cosa ci dirà Dio se alcuni di noi andranno da Lui senza gli altri?”, pensando a questa frase di Charlès Péguy possiamo immaginarci che la Salvezza proviene sempre da una relazione, da un “noi” e che per realizzare la Promessa del Signore, abbiamo bisogno degli altri. Nella diocesi di Sessa Aurunca, su invito del Vescovo Antonio Napoletano, del Direttore dell’Ufficio diocesano “Migrantes e Psl ” don Osvaldo Morelli, coadiuvati da un gruppo di volontari e da altri sacerdoti, abbiamo potuto iniziare con la Fondazione Migrantes CEI un progetto di Integrazione per i nostri fratelli e concittadini dell’Est Europa. Questa proposta è nata per far sentire la presenza della Chiesa anche a chi vive la condizione della lontananza dal Paese di origine, a chi ha difficoltà con la lingua del nostro Paese, e si è rivolta nel nostro caso, in modo particolare ai bambini e agli adolescenti che più degli adulti trovano disagio nell’integrazione reale e concreta nel quotidiano delle relazioni umane, scolastiche e di vicinato. Ma nasce anche per stimolare la Comunità civile alla comprensione e la valorizzazione dell’identità di un popolo proveniente da “un paese lontano”, come avrebbe detto Giovanni Paolo II, in un clima di pacifica convivenza, rispettosa dei diritti della persona umana. La Fondazione Migrantes, guidata da Mons. Giancarlo Perego come Direttore Generale, opera in tutta Italia occupandosi della “scomoda” pastorale degli immigrati, dei rifugiati, dei profughi, anche dei circensi e fieranti, dei rom e dei sinti, dei marittimi e degli aeroportuali con l’aiuto di Cappellanie appositamente istituite seguendo le coordinate della CEI per un “progetto pastorale unitario e specifico in rapporto alla missione al popolo di Dio proveniente dal mondo e presente in Italia”. Il rischio da evitare è di considerare le “pastorali di confine” (uso questo termine coniato da Mons. Perego e che ben fa emergere l’attuale situazione dell’impegno “confinato”, ai “limiti” della Chiesa Pellegrina sulla Terra), come realtà isolate e da isolare nel contesto parrocchiale o diocesano. Insomma è quello di tenere lontana la Missionarietà della Comunità che spesso “fà questo e quello” e si dimentica del povero e del disagiato. La crescita costante e sempre maggiore degli stranieri in Italia e nelle nostre comunità cittadine hanno impegnato la Chiesa Diocesana alla costruzione di “gruppi missionari” parrocchiali che portano la Carità a tutti senza distinzioni sociali. Questo progetto si è svolto nella parrocchia di San Rufino in Mondragone che conta una massiccia presenza di immigrati dell’Est Europa ed è tuttora attivo fino alla fine del mese di Maggio per poi riprendere con la nuova stagione scolastica. Come ha scritto il nostro Vescovo nella Lettera Pastorale “L’audacia della Fede nella parrocchia missionaria” (2005) la parrocchia è “luogo di ascolto, preghiera e carità dove i poveri devono sentirsi come a casa loro”, molti di questi nostri fratelli infatti, non avevano aiuti scolastici garantiti e poche volte si erano riuniti per studiare insieme, confrontarsi, ricordare le tradizioni, la cultura e il folclore del Paese natio. Non solo matematica, scienze, lettere e lingue dunque, ma anche comunione fraterna, integrazione “concreta” e attenzione alle difficoltà sia scolastiche che relazionali. Cosa abbiamo realizzato? Un gruppo unito di connazionali che spronati dai volontari non mollerà la presa con lo studio anche se a volte sembra difficile e stancante. Nell’Anno della Fede ci siamo arricchiti spiritualmente di un’ opera che ci auguriamo possa continuare e portare altri frutti, certi che non siamo stati noi a portare Speranza, ma il Signore stesso attraverso le nostre mani … convinti anche che lo abbiamo fatto a loro … per farlo a Gesù. Abbiamo bisogno “di comunità aperte” come ha predicato Papa Francesco più di una volta in una sua omelia per la messa in Santa Marta, perché solo la Chiesa come unità inscindibile di fede e opere può dare tutto senza nulla volere in cambio. (Luca Caiazzo)



