Amnesty: “un pianeta di profughi”

Roma – Dal 2011 ha provocato oltre 70mila morti, ma non accenna a placarsi. La guerra civile in Siria continua a registrare attacchi indiscriminati contro i civili, specie nelle aree controllate dall’opposizione armata. Detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e torture sono estremamente diffuse. Alcuni gruppi dell’opposizione prendono ostaggi, compiono esecuzioni sommarie anche di civili in base alla nazionalità, le posizioni politiche, il clan. Ma il Consiglio di sicurezza dell’Onu non ha voluto deferire la situazione siriana alla Corte penale internazionale. È il bilancio drammatico sulla Siria, che emerge dal Rapporto 2013 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Una crisi, quella siriana, che ha provocato la fuga all’estero di un milione 400mila persone, mentre sono 4 milioni gli sfollati. Ed è proprio il tema dei rifugiati e dei migranti il messaggio lanciato quest’anno dalla Ong: “La mancanza di azione a livello globale in favore dei diritti umani sta rendendo il mondo sempre più pericoloso” per “milioni di persone in fuga da conflitti e persecuzioni, o in cerca di migliori condizioni di vita”. I conflitti sono una delle cause principali di queste fughe. “Troppi governi agiscono in nome del controllo dell’immigrazione, andando ben al di là delle legittime misure di controllo delle frontiere”, dichiara Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty Italia. Nel 2012 una lunga serie di emergenze dei diritti ha costretto a fuggire numerosissime persone – Corea del Nord, Mali, Repubblica democratica del Congo, Sudan – all’interno dei loro Paesi o oltrefrontiera. Rifugiati e migranti “sono penalizzati da leggi e prassi inadeguate, presi di mira da una retorica nazionalista e populista che alimenta la xenofobia”. Secondo Amnesty “i diritti di un’ampia parte dei 214 milioni di migranti non sono stati protetti”. Ma la radiografia sui diritti – dettagliata in 638 pagine di dati e analisi – analizza le violazioni a ogni livello nei cinque continenti. Amnesty documenta restrizioni alla libertà d’espressione in almeno 101 Paesi, torture e maltrattamenti in 112. Metà degli abitanti “è costituita da cittadini di seconda classe”. Militari e gruppi armati hanno ucciso o violentato donne in Ciad, Mali e Repubblica democratica del Congo, i taleban in Afghanistan e Pakistan. Passi avanti in Argentina, Brasile, Guatemala e Uruguay sul ristabilimento della giustizia per violazioni dei passato. In Asia la libertà di espressione è stata repressa in Cambogia, India, Maldive e Sri Lanka. Conflitti oltre che in Afghanistan hanno mietuto vittime in Pakistan, Thailandia e Myanmar, dove peraltro sono stati rilasciati centinaia di prigionieri politici. In Europa e Asia centrale i governi si sono sottratti alle responsabilità per crimini commessi nel contesto delle rendition degli Usa. Niente giustizia nemmeno nei Balcani per i crimini della guerra degli anni ’90. In Medio Oriente e Africa molti attacchi per motivi religiosi. A livello globale la pena di morte ha continuato la sua ritirata, con passi indietro come le esecuzioni in Gambia dopo 30 anni e la prima impiccagione di una donna in Giappone da 15 anni. L’analisi di Amnesty non risparmia l’Italia, cui è ancora contestata la condizione di emarginazione di Rom e immigrati irregolari sfruttati, le violenze sulle donne, i casi di abusi su detenuti: a 5 anni dalla morte di Giuseppe Uva ancora non è stata fatta chiarezza. (L. Liverani – Avvenire)