Città del Vaticano – Erano oltre 200mila i fedeli da tutto il mondo che ieri hanno partecipato alla celebrazione in Piazza San Pietro presieduta da Papa Francesco in occasione della Pentecoste e del pellegrinaggio di associazioni, comunità e movimenti ecclesiali in occasione dell’Anno della Fede. Un anno voluto da papa Benedetto e che il successore, Francesco, continua non annullando alcun incontro. Una occasione, ancora una volta, per invitare tutti a vincere la paura, rinunciare a schemi e sicurezze, per aprirsi agli orizzonti di Dio. E dire no a particolarismi e cammini paralleli che portano divisioni. E usa tre parole per spiegare il compito dello Spirito Santo e come noi dobbiamo seguirlo e svolgerlo: novità, armonia, missione. Il Vangelo è novità spiega il Papa e “la novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo”. Ma “in tutta la storia della salvezza – ha spiegato – quando Dio si rivela porta sempre novità, trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui”. E poi l’armonia che crea lo Spirito. Non uniformità, ma unità e armonia di diversi carismi. E solo lo Spirito Santo “può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità. Anche qui, quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi – ha detto – nei nostri esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità, l’omologazione. Se invece ci lasciamo guidare dallo Spirito, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa”. E poi missione: “l’anima della missione”, ha detto è lo Spirito Santo, che “ci fa vedere l’orizzonte e ci spinge fino alle periferie esistenziali per annunciare la vita di Gesù Cristo”. Lo Spirito Santo – ha spiegato papa Francesco – “ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e di una Chiesa autoreferenziale, chiusa nel suo recinto; ci spinge ad aprire le porte per uscire, per annunciare e testimoniare la vita buona del Vangelo, per comunicare la gioia della fede, dell’incontro con Cristo”. Un richiamo che ritorna. Giovanni Paolo II nel suo primo incontro con i rappresentanti dei movimenti e associazioni ecclesiali, promosso quindi anni fa, disse con forza che “alcuni carismi suscitati dallo Spirito irrompono come vento impetuoso, che afferra e trascina le persone verso nuovi cammini di impegno missionario al servizio radicale del Vangelo, proclamando senza pausa le verità della fede, accogliendo come dono il flusso vivo della tradizione e suscitando in ciascuno l’ardente desiderio della santità. E durante la preghiera del Regina Coeli – ultimo appuntamento prima di domenica prossima quando si ritornerà a recitare l’Angelus – ha parlato di “una rinnovata Pentecoste che ha trasformato piazza San Pietro in un Cenacolo a cielo aperto”: “Abbiamo rivissuto – ha detto – l’esperienza della Chiesa nascente, concorde in preghiera con Maria, la madre di Gesù. Anche noi nella varietà dei carismi – ha sottolineato – abbiamo sperimentato la bellezza dell’unità, di essere una cosa sola. E questo è opera dello Spirito Santo che crea sempre nuovamente l’unità nella Chiesa”. E, ringraziando i movimenti e le associazioni presenti ha detto loro: “siete un dono e una ricchezza nella Chiesa”. Sabato, durante la veglia di Pentecoste, seguendo le orme dei suo predecessori – Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – ha lanciato un duro monito a tutti sottolineando che “la mancanza di etica nella vita pubblica fa tanto male all’umanità intera”. Il Papa parla dopo diverse esperienze raccontate sul palco da John Waters, ex rocker e compagno di Sinead Connor, che ha poi vissuto una conversione da lui raccontata nel libro Elapsed Agnostic (Agnostico Apostotata) a Paul Bhatti, il fratello di Shahbaz, ministro pakistano delle minoranze religiose ucciso per la sua opposizione alla legge della blasfemia. Sono seguite le domande al pontefice alle quali ha risposto a braccio riconoscendo di conoscere già le domande. E dice che la Chiesa non è un’organizzazione politica né una Ong e, spiegando che la crisi è quella che colpisce le famiglie.”Se cadono gli investimenti, le banche, tutti a dire che è una tragedia. Se le famiglie stanno male, non hanno da mangiare, se la gente muore di fame allora non fa niente… Questa è la nostra crisi”. Una Chiesa “povera” e per “i poveri” va “contro questa mentalità”. E la crisi non è “solo economica o culturale” ma è “una crisi dell’uomo”. “La Chiesa – dice il Papa- non è un movimento politico, né una struttura ben organizzata”. Quando la Chiesa diventa una Ong perde il sale, non ha sapore, è soltanto una vuota organizzazione. Siate furbi, perché il diavolo ci inganna. C’è il pericolo dell’efficientismo: una cosa è predicare Gesù, un’altra cosa è l’efficacia. La Chiesa è chiamata a rendere presente nella società il lievito del regno di Dio e lo fa con la sua testimonianza. Si pensa a un’efficacia soltanto mondana”. E parla del nostro essere cristiani “inamidati”: “non possiamo esserlo”, dobbiamo “cercare quelli che sono la carne di Cristo”. Qualche giorno prima aveva parlato del divario tra poveri e ricchi, denunciando il “feticismo” del denaro e la “dittatura” di un’economia senza volto che considera l’essere umano “come un bene di consumo”. Una denuncia che non va sottovalutata ed invito a tutti di “aiutare il povero, rispettarlo, promuoverlo”. (Raffaele Iaria)



