Cir: 600mila gli apolidi in Europa

Roma – Il progetto “In the Sun”- finanziato dalla Open Society Foundations e realizzato dal CIR- si è posto l’obiettivo di indagare il fenomeno dell’ apolidia tra le persone rom presenti in Italia e indicare possibili soluzioni. Per presentare il rapporto finale del progetto e discutere i risultati e le raccomandazioni emersi, il CIR e l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziali (UNAR) – con il supporto della Open Society Foundations- hanno organizzato a Roma, presso la Sala Monumentale dell’UNAR, un Workshop tra esperti e istituzioni dedicato all’apolidia. I lavori – moderati da Maria De Donato, Responsabile Settore Legale CIR sono iniziati alla luce di alcuni dati: nel mondo 12 milioni di persone sono apolidi, 600.000 in Europa e in Italia si parla di circa 840 persone riconosciute apolidi ma il dato è sicuramente sottostimato e non rispecchia la realtà visto che non ci sono statistiche ufficiali a livello nazionale. Héléna Behr, Sezione Protezione, UNHCR Italia – ha riportato le tre linee guida elaborate dall’UNHCR per fornire una definizione di apolidia, indicare possibili procedure per il riconoscimento dello status di apolidi ed evidenziare la necessità di concedere un diritto a permanere sul territorio durante la procedura, perché non siano soggetti a decreti di espulsione o detenzione. Se l’Italia si colloca tra i pochi paesi che hanno un meccanismo per garantire la protezione degli apolidi – come sottolineato nell’intervento di Gábor Gyulai, Coordinatore del programma d’asilo del Comitato Helsinki Ungherese e Presidente della Rete Europea Sull’apolidia (Ens) – molti sono ancora i punti critici del sistema: quadro normativo poco chiaro, procedura farraginosa e lunga, mancanza di uno status provvisorio per i richiedenti.

 
Il progetto In The sun è stato illustrato dai tre relatori: Daniela Di Rado, Responsabile progetto, per il CIR Luca Cefisi, Ricercatore per il CIR e Silvia Doria, Dottore di Ricerca in Sistemi Sociali e Organizzazione, Analisi delle Politiche Pubbliche Dipartimento di Scienze Sociali, Università Sapienza di Roma. Partendo da una breve analisi storica dell’apolidia, Luca Cefisi ha messo in evidenza che si tratta di un fenomeno antico, che siamo alla terza generazione di persone che vivono in Italia da 20/30 anni che qui hanno costruito famiglie e hanno perso legami con i paesi di provenienza. Un fenomeno che affonda le radici nella dissoluzione della ex Jugoslavia e che si contraddistingue per due aspetti: l’emarginazione sociale, culturale e l’emarginazione giuridica, l’assenza di diritti, di accesso alla legge. La dimensione d’illegalità che ne deriva deve essere guardata senza moralismi, ma come un risultato reale di un “meccanismo perverso”. Daniela Di Rado, ha quindi esposto i principali risultati emersi dalla ricerca: il gap tra leggi sulla cittadinanza dei principali paesi di provenienza (Serbia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina…) e prassi percorribili; diritti che si perdono nelle more dei procedimenti, a farne le spese sono spesso i minori. A Silvia Doria, è stata quindi affidata la spiegazione sulla metodologia scelta e i principali risultati quali – quantitativi evidenziati. Dal confronto tutte le organizzazioni coinvolte, gli esperti e le istituzioni sembrano uscite più rafforzate nel loro impegno, perché nessuno abbia più a dire “non mi resta che una speranza, che quando morirò potrò avere un certificato di morte per provare che sono davvero esistito”.