Milano – Un digiuno ad oltranza finché Anna (il nome è di pura fantasia), una donna rom di 27 anni, non sarà scarcerata. Don Virginio Colmegna alza la voce e questa volta lo fa anche con uno sciopero della fame. “Ma non chiamatelo così – ci tiene subito a precisare il presidente della Fondazione Casa della carità di Milano – preferisco chiamarlo digiuno”. Il tema è quello fra i più cari al sacerdote: la storia di una donna rom che dalla strada è riuscita a costruirsi una vita e che, improvvisamente e inaspettatamente, alcuni giorni fa, si ritrova a dover scontare una pena detentiva di sei mesi per un fatto commesso nel 2006. Il reato è quello di accattonaggio con minore. Anna era appena arrivata a Milano, con tre bambini piccoli. Era sola, il marito l’aveva abbandonata. E con alcune altre ragazze trascorreva la giornata in metropolitana chiedendo l’elemosina. Qualcuno deve aver fatto il suo nome. E da lì è partito l’iter giudiziario. Ma Anna non lo sapeva. Nel frattempo, aiutata dalla Casa della Carità è riuscita a trovare alcuni lavoretti saltuari e a mandare i bambini a scuola. Poi il grande salto: una signora milanese prende a cuore il suo caso e le offre un lavoro. Anna diventa collaboratrice domestica e con i soldi che guadagna riesce a pagarsi l’affitto di una casa per lei e per i suoi bambini. Nel frattempo, però, a sua insaputa, viene denunciata, indagata e poi processata. Nessuna notifica. Neppure dall’avvocato d’ufficio. Eppure Anna è rintracciabile: domiciliata alla casa della Carità prima e poi la residenza nella nuova casa. E ci sono anche i versamenti che regolarmente fa all’Inps. “È una situazione assurda, quella donna non deve stare in carcere” denuncia con forza il sacerdote dal 2004 alla guida della Fondazione voluta dal cardinale Carlo Maria Martini per dare un tetto e una speranza agli ultimi e ai meno fortunati di Milano. Un impegno che, col passare degli anni, ha sempre visto don Colmegna in prima linea, soprattutto per la popolazione rom milanese. E proprio su questo aspetto don Colmegna alza i toni. “Questa donna ha compiuto un grande percorso – racconta il sacerdote – è stata seguita da volontari, ha interrotto i legami con gli altri nomadi, nel 2010 è stata accolta alla Casa della Carità e ora vive in un’altra città dove ha una casa, un lavoro, è stimata, e ha tre figli che vanno alle elementari e all’oratorio. Dopo tanti sforzi suoi e dei volontari per raggiungere questa autonomia, sono arrivati i carabinieri per portarla in carcere a Como, a scontare la pena di sei mesi passata in giudicato”. (D. Fassini – Avvenire)



