Palermo – Ancora sbarchi e ancora SOS in un mare che si trasforma per l’ennesima volta in autostrada accidentata per centinaia di migranti provenienti dal Sud del mondo. E, mentre si cerca di comprendere l’entità di una tragedia raccontata dai sopravvissuti dell’ultimo naufragio, cresce l’ansia per altre imbarcazioni perse nel Mediterraneo, cariche di uomini, donne e bambini, che hanno lanciato un grido d’aiuto affidandosi a un satellitare, ma di cui fino a tarda sera non si conosceva la sorte. Tre natanti sono stati segnalati nelle ultime ore nel Canale di Sicilia, ma ancora in acque nordafricane. Un allarme è stato lanciato dal sacerdote eritreo don Mosè Zerai, responsabile dell’agenzia Habeshia che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo. Ha informato la Guarda costiera italiana che da un barcone con circa 200 eritrei a bordo i profughi avevano chiamato alcuni connazionali residenti in Italia, sostenendo di essere alla deriva a causa di un’avaria al motore. In base a quanto hanno raccontato loro stessi al telefono “vi sarebbero anche 26 donne, una delle quali rischia di partorire a bordo, e quattro bambini”. La situazione resta molto confusa e non è chiaro dove stia accadendo. E altre due “carrette”, un gommone con oltre 40 persone a bordo e un barcone con circa 110 somali, sono state invece segnalate alle autorità libiche. Ma a Lampedusa, il lembo di terra più vicino all’Africa e approdo naturale di chi cerca la salvezza nel Mediterraneo, è di nuovo emergenza. La nuova ondata di arrivi di migranti ha portato a 855 il numero di ospiti al centro di accoglienza della piccola isola, che, dopo l’incendio di due anni fa, può contenerne appena 300. La vicenda più drammatica ha avuto come protagonisti 95 stranieri raccolti, nella notte tra sabato e domenica, da una motovedetta della Guardia costiera mentre erano aggrappati a una gabbia per l’allevamento di tonni trainata da un motopesca tunisino. I magistrati e le forze dell’ordine, con l’aiuto di mediatori culturali, stanno vagliando la veridicità dei loro racconti. Ma, secondo quanto hanno riferito, una decina di compagni di viaggio sarebbero annegati dopo che l’equipaggio del peschereccio aveva respinto il tentativo dei naufraghi di salire a bordo, tagliando il cavo di traino della gabbia. Il procuratore di Agrigento, Renato Di Natale, ha spiegato che “quando arriverà il rapporto degli investigatori, apriremo un fascicolo decidendo il da farsi”. Sulla vicenda è intervenuto anche Laurens Jolles, delegato UNHCR per il Sud Eu¬ropa. “Si spera – ha detto – che si dia il via a un sistema di trasferimenti rapidi, evitando le situazioni di grave disagio del passato”. Che è quello che implorano le istituzioni lampedusane. “Allo Stato chiediamo di non essere lasciati soli, Lampedusa è un pezzo d’Italia e non un’isola di frontiera, su cui scaricare le in¬congruenze della politica” ha affermato il sindaco dell’isola, Giusi Nicolini. Al primo cittadino è stato assicurato oggi il via ai trasferimenti dal centro di accoglienza di contrada Imbriacola. In 200 dovrebbero partire con ponti aerei. Ma il bollettino dei soccorsi da parte della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, che negli ultimi due giorni hanno tratto in salvo oltre un migliaio di migranti da Lampedusa a Pozzallo, si aggiorna di continuo. Segno che l’Italia continua a essere approdo desiderato e sognato, malgrado la crisi economica. “Per chi chiede asilo politico è zona di transito per poi raggiungere altri Paesi europei, come Olanda, Germania, Francia – spiega Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto di asilo all’Università di Palermo –. Ma c’è anche la possibilità nelle campagne del Sud Italia di potere trovare un lavoro, anche se spesso illegale e sottopagato”. (A. Turrisi – Avvenire)



