Marcinelle – Giovedì 8 agosto a Marcinelle, precisamente in località “Bois du Cazier”, 262 rintocchi della campana “Maria Mater Orfanorum” accompagneranno i nomi delle altrettante vittime della tragedia avvenuta nella miniera belga esattamente 57 anni fa.
Era infatti l’8 agosto 1956 e dei 262 morti nel buio della terra 136 erano italiani. Una celebrazione interreligiosa, una corona di fiori ai piedi della stele all’entrata del sito minerario e i racconti di quella e di altre tragedie riproporranno la storia di sofferenza e di speranza dell’emigrazione di ieri e di oggi.
Sir Europa ha incontrato Sergio Aliboni, presidente della “Amicale des mineurs des charbonnages de Wallonie”, l’associazione che tiene viva questa memoria.
Per capire la tragedia di Marcinelle occorre sapere com’era la vita in miniera…
“La vita nelle miniere belghe ci ha sorpreso molto, non era un lavoro come ci aspettavamo, era inumano, pesante, stracciante, pieno di pericoli per la vita e la salute. Siamo partiti dall’Italia sulla base di quel manifesto rosa appeso a tutte le finestre dei comuni. Manifesto che annunciava questo lavoro nelle miniere belghe come se fosse l’Eldorado. Ma ci siamo sentiti traditi. Mio papà diceva ‘maledetto quel giorno che mi sono lasciato convincere da questo manifesto che prometteva tante belle cose che non si sono mai verificate’”.
“La vita nelle miniere belghe ci ha sorpreso molto, non era un lavoro come ci aspettavamo, era inumano, pesante, stracciante, pieno di pericoli per la vita e la salute. Siamo partiti dall’Italia sulla base di quel manifesto rosa appeso a tutte le finestre dei comuni. Manifesto che annunciava questo lavoro nelle miniere belghe come se fosse l’Eldorado. Ma ci siamo sentiti traditi. Mio papà diceva ‘maledetto quel giorno che mi sono lasciato convincere da questo manifesto che prometteva tante belle cose che non si sono mai verificate’”.
C’è una frase su Marcinelle che Lei ripete sempre: “Si deve perdonare ma non si deve mai dimenticare”. Come leggerla?
“Significa che noi non soltanto dobbiamo perdonare quelli che ci hanno accolto in Belgio non sempre con grande cortesia, ma anche e soprattutto coloro che ci hanno illusi inviandoci a lavorare nelle miniere belghe. A distanza di 57 anni da questa tragedia, il ricordo è sempre vivo come se fosse oggi. Inoltre le conseguenze di questo lavoro in miniera le viviamo ogni giorno col respiro pesante dei nostri minatori ancora in vita, ma colpiti da quella terribile malattia, ‘la silicosi’. Il nostro importantissimo dovere oggi è di trasmettere questa ‘Memoria’ ai nostri giovani, perché le future generazioni non possano scordare questi ‘uomini’ che hanno sacrificato la loro salute e troppo spesso anche la loro vita per il benessere delle loro famiglie e del nostro Paese adottivo”.
Quale è stata la forza che ha consentito a lei e a molti altri nostri connazionali di superare le prove dell’emigrazione? Chi vi ha aiutato in questa fatica?
Quale è stata la forza che ha consentito a lei e a molti altri nostri connazionali di superare le prove dell’emigrazione? Chi vi ha aiutato in questa fatica?
“Abbiamo subito la durezza di questa emigrazione col coraggio delle nostre anime e la forza delle nostre braccia per scendere ogni giorno sempre più in giù nelle viscere della terra coperti di sudore e di sangue. Per sopravvivere a tutti questi pericoli della miniera, non abbiamo fatto altro che prendere le forze nella fede. Questa terra che ci ha fatto tanto soffrire, oggi l’amiamo, è la nostra terra, è la terra dei nostri figli e dei nostri nipotini. Non possiamo dimenticare mai i Missionari Scalabriniani che ci hanno accompagnato per tutti questi anni con il loro affetto. Sono questi Missionari che ci hanno aiutato a mandare giù il pane duro dell’emigrazione e sopportare il rancore di sapere che l’Italia ci aveva dimenticato. Ringraziamo il Signore perché le Missioni Italiane sono state e saranno sempre la spina dorsale dell’emigrazione italiana nel mondo intero”.
Quale difficoltà avete incontrato per inserirvi nella società belga e come siete riusciti a superarle?
“Non è stata cosa facile. Venivamo a prendere il loro lavoro, anche se loro non volevano più scendere nella miniera. Ci hanno apostrofato in tanti modi diversi ma noi abbiamo dimostrato prova di pazienza, di intelligenza e di saper fare. Abbiamo imparato molto da loro, ma anche loro tantissimo da noi. Pian piano ci siamo integrati e oggi non si sa più chi è belga o italiano, solo il nome e cognome ci distingue ancora”.
Quale difficoltà avete incontrato per inserirvi nella società belga e come siete riusciti a superarle?
“Non è stata cosa facile. Venivamo a prendere il loro lavoro, anche se loro non volevano più scendere nella miniera. Ci hanno apostrofato in tanti modi diversi ma noi abbiamo dimostrato prova di pazienza, di intelligenza e di saper fare. Abbiamo imparato molto da loro, ma anche loro tantissimo da noi. Pian piano ci siamo integrati e oggi non si sa più chi è belga o italiano, solo il nome e cognome ci distingue ancora”.
La memoria di Marcinelle è ancora un messaggio all’Italia che, pur rimanendo terra di emigrazione, è sempre più terra di immigrazione?
“Quello che posso dire all’Italia è di non fare subire ai suoi immigrati di oggi il trattamento che è stato riservato a noi venendo in Belgio, anche se per noi non c’era una grande differenza di cultura e di religione. Quello che sta accadendo nel Mediterraneo impone al nostro Paese e all’Europa una risposta umana alla disumana situazione da cui tante persone cercano di fuggire. Fare memoria di Marcinelle significa non ripetere gli errori e le ingiustizie, fermare le tragedie di oggi”.
Papa Francesco viene da una famiglia di emigrati italiani in Argentina. Quindi lo sentite particolarmente vicino…
“Certo è uno di noi, è figlio di emigrati come noi che siamo figli di emigrati del ‘Carbone’. Lo abbiamo nel nostro cuore perché ha conosciuto e conosce la nostra storia di sofferenza, di speranza, di fede. La sua presenza a Lampedusa ce lo dice più di ogni parola. Io sogno di averlo nel 2016 a Marcinelle a 60 anni dalla tragedia. So che nello stesso periodo ci sarà a Cracovia la Giornata mondiale della gioventù ma io non smetto di sognare…”. (Paolo Bustaffa – SIR Europa)



