Ora gli artisti di strada chiedono più regole

Roma – Se non fossero gli artisti stessi a riconoscerne l’esigenza, una regolamentazione dell’arte di strada suonerebbe come una contraddizione in termini. Eppure è l’assenza di regolamenti o meglio la loro mancata applicazione, a minare la libertà stessa di un’espressione artistica che in Italia, come in altri Paesi europei, ha radici secolari. Diventa impossibile però immaginare una normalizzazione del settore senza paletti, gli stessi fissati ieri dal vicepresidente Agis Antonio Buccioni, in occasione della presentazione del progetto Strade Aperte, un sistema di gestione informatizzata degli spazi urbani accessibili alle espressioni d’arte di strada ideato dalla Fnas (Federazione nazionale arte di strada). “L’arte di strada non può essere un problema di ordine pubblico – ha spiegato Buccioni – e non può avere una dignità culturale inferiore a quella concessa ad ogni altra espressione artistica”. Mentre invece si tende a gestire questa forma d’arte confondendola con la peggior movida notturna. E in più l’assenza di una regolamentazione certa, o di un certo controllo, trasforma le dinamiche tra artisti concorrenti in legge della giungla. Il banco di prova di Strade Aperte è il comune di Milano. Un software monitora gli spazi concessi alle performance gestendo l’occupazione delle aree da parte degli artisti. Un musicista, o anche un mangiafuoco o un mimo, prenota in rete la postazione desiderata, in cui l’amministrazione consente attività artistica, specificando la tipologia di spettacolo, il numero di artisti coinvolti e la strumentazione necessaria. Una serie di norme dovrebbe poi garantire quiete pubblica e turnazione ‘democratica’ delle postazioni. Ad esempio: non possono essere assegnate per lo stesso giorno e per la stessa ora postazioni collocate a una distanza inferiore di 40 metri, in caso di attività senza musica, e 80 metri in caso di attività con musica. Oppure: la durata dell’assegnazione può variare da un minimo di uno a un massimo di cinque giorni consecutivi e la performance non può durare più di tre ore. Ogni comune stabilisce i vincoli orari e quelli acustici, mentre gli artisti possono sapere dove e quando dovranno esibirsi senza sorprese. Il resto del progetto è fatto di attività di promozione e informazione “che rimangono – ha sottolineato il presidente Fnas Giuseppe Nuciari – i pilastri della tutela dell’arte di strada”. Strade aperte è costato al comune di Milano 15mila euro l’anno per tre anni, “ma si tratta del primo esperimento e il prezzo – ha spiegato il direttore generale della Fnas, Alessio Michelotti – dipende evidentemente dalle dimensioni del comune che ospita il progetto”. L’idea del software è apprezzata dalle amministrazioni, “spesso costrette – come ha sottolineato l’assessore alle attività produttive del Comune di Firenze, Sara Biagiotti – a contemperare esigenze diverse: artisti, esercenti e residenti. Ma perché le cose funzionino è necessario che ci sia un’apertura anche da parte degli artisti che ad esempio hanno postazioni privilegiate da sempre”. Progetto contestato invece dall’associazione degli artisti di Milano e da numerosi performer presenti. Perché la Fnas, pur essendo un valido interlocutore per le amministrazioni, non è realmente rappresentativa degli artisti di strada, spesso riuniti a livello comunale in movimenti autonomi. E così nonostante un primo passo riconosciuto da tutte le parti chiamate in causa emergono criticità: prestanome che occupano per conto di una sola persona spazi che poi magari non vengono neanche sfruttati o, peggio, vengono disciplinati da un ‘caporale’. Prenotazioni in anticipo, che espongono l’artista al rischio di ritrovarsi nel luogo sbagliato, perché non frequentato, perché magari piove. E poi non ci sarebbe più la libertà di spostarsi seguendo il contatto con il pubblico che è poi l’essenza di quest’arte. (Matteo Marcelli – Avvenire)