“Morire di speranza”

Palermo – L’ultima tragedia avvenuta la notte del 2 ottobre, appena dinanzi a Lampedusa, ha fatto dire al S. Padre Francesco: «Vergogna, simili tragedie non si ripetano». Anche noi ci uniamo alla triste considerazione di Papa Francesco. Prima di tutto, perché l’amore di Dio nella sua infinita misericordia accolga quanti sono morti nei tanti “viaggi di speranza”, consoli i familiari e dia audacia ai governanti nel trovare strade di giustizia e di solidarietà verso i popoli che soffrono nel Sud del mondo. E’ una vergogna che, a livello internazionale, si permetta ai trafficanti di essere umani di continuare il loro losco commercio sfruttando il desiderio di libertà e la ricerca di una vita migliore di migliaia di oppressi. E’ una vergogna continuare a vedere l’immobilismo delle Nazioni ricche e potenti di fronte ai drammi provocate da guerre e dallo sfruttamento economico a cui sono schiavizzati i Popoli del Sud del mondo. E’ una tristezza infinita vedere che la speranza di circa 500 persone sia calata a picco con il barcone su cui erano saliti. E’ triste sapere che si siano salvati solo 155 persone, mentre tutti gli altri sono nel “cimitero” del Mediterraneo insieme ad altri 20.000 cadaveri che si sono inabissati in questo decennio. E’ una vergogna! Ci sentiamo impotenti! Tante tempeste opprimono la vita degli uomini e delle donne in tante parti del mondo. Eppure il mondo ricco a cui apparteniamo spesso non se ne accorge tanto. Per chi sta in mezzo alla tempesta, questo mondo ricco appare indifferente, assorbito dalle proprie cose e dimentico di chi sta soffrendo. Si, davvero, non bisogna distogliere lo sguardo e dimenticare la sofferenza in cui intere popolazioni vivono. Tanti, troppi, continuano a “morire di speranza”. Con queste parole molte comunità cristiane si sono ritrovate e si ritrovano in preghiera per ricordare le migliaia di persone immigrate, morte dopo aver lasciato il proprio paese alla ricerca di un futuro migliore. Sono persone che cercano disperatamente di raggiungere un altro paese perché fuggono dalle persecuzioni, dalle violazioni dei diritti umani, dalla guerra civile o semplicemente perché sono in cerca di migliori opportunità economiche per sostenere le loro famiglie. In cerca di un luogo sicuro sono, invece, andati incontro alla morte. I mass-media spesso fanno a gara per contare quanti ne sbarcano, pronti a gridare all’invasione. Ma quanti sono quelli che non sono arrivati? Muoiono giorno dopo giorno. Anno dopo anno. E i loro corpi finiscono nell’oblio delle coscienze, nelle traversate del deserto o seppelliti in fondo al “cimitero Mediterraneo”. Si tratta, ha sottolineato Papa Francesco, “di persone umane, che fanno appello alla solidarietà e all’assistenza, che hanno bisogno di interventi urgenti, ma anche e soprattutto di comprensione e di bontà”. Dal 1988 ad oggi sono morte lungo le frontiere dell’Europa circa 20.000 persone, anche se di fatto nessuno sa quanti siano i naufragi di cui non abbiamo mai avuto notizia. Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka si chiedono da anni che fine abbiano fatto i loro figli partiti un bel giorno per l’Europa e mai più tornati. Di fronte a questi tragici fatti, di cui quello di Lampedusa della notte del 2 ottobre, non si può rimanere in silenzio. Anche una sola di queste vite perse in mare in un viaggio di dolore e disperazione è una sconfitta per tutti che non può e non deve lasciare indifferenti. Queste morti sono un richiamo alla responsabilità, per guardare alla realtà della migrazione mettendo sempre in primo piano la vita di ognuno e il pieno rispetto dei diritti umani. Con Dom Pedro Casaldaliga, un grande vescovo e poeta brasiliano, mi piace ripetere il “Padre nostro degli Oppressi”.

 
Fratelli nostri che vivete nel primo mondo…
Affinché il suo nome non venga ingiuriato
affinché venga a noi il Suo regno e sia fatta la Sua volontà
non solo in cielo ma anche in terra,
rispettate il nostro pane quotidiano,
rinunciando allo sfruttamento quotidiano;
non fate di tutto per riscuotere il debito che non abbiamo fatto
e che vi stanno pagando i nostri bambini, i nostri affamati, i nostri morti;
non cadete più nella tentazione del lucro, del razzismo, della guerra;
noi faremo il possibile per non cadere nella tentazione dell’odio e della sottomissione
e liberiamoci, gli uni e gli altri, dal male.
Solo così potremo recitare insieme
la preghiera della famiglia che il fratello Gesù ci insegnò.
Padre nostro, Madre nostra, che sei in cielo e in terra.