Roma – La notizia della tragedia di Lampedusa gli arriva mentre partecipa alla presentazione del “Rapporto italiani nel mondo”, curato proprio da Migrantes, di cui è Presidente. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Presidente anche della Commissione Episcopale delle Migrazioni, fatica a trattenere la commozione, mentre smista le richieste di commenti, e cerca un volo per raggiungere l’isola della strage, che rientra nella sua diocesi. “Non c’è luogo e occasione migliore di questo incontro in cui parliamo della nuova emigrazione italiana – dice – per ricordare questa tragedia che ha visto Lampedusa ancora una volta al centro”.
Una tragedia che arriva proprio in un momento di rinnovata attenzione, dopo la storica visita di Papa Francesco. Cosa prova?
“Tanta tristezza, ma proprio tanta. E anche indignazione perché non si può permettere che bambini, donne e uomini muoiano così. La gente vuole vivere, se partono è perché cercano una vita diversa. E invece si muore. E si muore anche per l’indifferenza, la disattenzione, il disimpegno di chi deve prendere decisioni. Ancora ci sono tanti muri da buttare giù. Ancora troppa gente ‘normale’ nutre prevenzioni verso queste persone. È vero, sono persone che possono crearci fastidio, non tutte sono oneste. Ma questo non ci legittima a dire: ‘Non c’è posto per te’. E quando eravamo noi, gli italiani, i migranti?”
Ce ne siamo scordati in fretta…
“Anche noi emigranti abbiamo avuto i nostri problemi. Un proverbio dice: chi ha fame capisce l’affamato. Noi dovremmo capire le loro motivazioni. Le soluzioni, lo so, non sono facili da individuare. Ma un’attenzione diversa, maggiore… Ora che ci troviamo davanti a questi grandi numeri, siamo spaventati. Non è lo stesso se ne muore solo uno, ma ogni vita, ogni singola persona è importante e vale la vita di Cristo, per noi credenti”.
Va rivisto qualcosa nei meccanismi di ingresso nella ‘Fortezza Europa’? Qualcuno propone un permesso di soggiorno temporaneo per ricerca di lavoro: eviterebbe naufragi, morti nel deserto, sfruttamento. .
“La Bossi-Fini va rivista, ma io non sono un tecnico e non ho la soluzione. Quello che non riesco a capire è come si possa ancora parlare di ‘emergenza’. Ieri Scicli, oggi Lampedusa, domani chissà. L’emergenza dura un periodo, invece sono anni che succedono queste cose. Nell’emergenza si mettono le toppe, ma questa è la Storia. Non possiamo sperare che non vengano più. Questi flussi sono come il vento: chi può fermarlo? La fame, le guerre, questa gente vuole vivere. E affronta traumi indelebili. L’ultima volta a Lampedusa una ragazza mi diceva: ‘Nel deserto ho visto morire la mia migliore amica’. In Tunisia una psichiatra mi ha detto: ‘Io lavoro con chi torna indietro, e sono tutti sconquassati psichicamente per la sconfitta, le speranza crollate, la paura, i debiti’.
Oltre a ‘emergenza’, non è da rivedere anche il termine ‘invasione’?
“Anche i nostri emigranti sono aumentati del 3% quest’anno. In giro ci sono oltre 4 milioni di italiani. Abbiamo ‘invaso’ il mondo. Quelli fatti da noi sono ‘viaggi della speranza’, quelli degli altri ‘invasioni’.
Il mondo cattolico fa tanto per l’accoglienza. Può fare di più?
“Come Chiesa dobbiamo essere più aperti, pronti, predisposti a trattare queste persone come fratelli nel bisogno. Il problema dei migranti non è solo Lampedusa o Siracusa. Cristo si è identificato anche col profugo. Guardare loro è guardare Lui. A me è capitato di sentire anche un catechista che parlava dei migranti come di invasori: l’ho pregato di smettere di fare catechismo. Il Vangelo lo dobbiamo prendere tutto. Sconti di fine stagione non ce ne sono. Il Signore l’ha detto, la mia parola è spada, noi invece lo cerchiamo solo per le carezze. La verità è che non possiamo pretendere di cambiare la Storia senza prima cambiare i nostri cuori”. (Luca Liverani – Avvenire)



