Roma – La famiglia in Italia “vede camminare accanto alle famiglie composte da cittadini italiani altre famiglie ‘diverse’ (ormai oltre 2 milioni): famiglie immigrate, famiglie di richiedenti asilo e rifugiate, famiglie internazionali, dove i due o più componenti vivono distanti, famiglie amputate da un genitore o da figli, anche minori, che si sono messi in viaggio, famiglie miste, famiglie di apolidi e famiglie di minoranze non riconosciute, come i rom. La diversità familiare sul piano non solo della provenienza, ma anche dell’esperienza culturale e religiosa, indica uno dei cambiamenti e delle provocazioni più importanti che caratterizzano il contesto familiare odierno da custodire, valorizzare culturalmente e sostenere politicamente nella vita e nella storia delle nostre città e, in esse, della Chiesa”. E’ quanto scrive mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes nel capitolo “Le famiglie migranti, risorsa per la Chiesa e la città”, pubblicato all’interno del Rapporto Cisf 2014 sulla famiglia in Italia e presentato oggi pomeriggio al Senato. Quest’anno il rapporto è dedicato alla grande questione dei movimenti migratori che interessano il nostro Paese, e soprattutto alla relazione tra immigrazione e dimensione familiare. Alla base della decisione di migrare ci sono molteplici motivazioni, così come composite sono le situazioni vissute da chi sperimenta la migrazione: c’è chi sceglie di migrare e c’è chi subisce la migrazione; chi ne considera l’opportunità, chi ne vive il dramma dello sradicamento, dell’allontanamento da ciò che è consueto e familiare, chi accetta i rischi consapevolmente e con entusiasmo e chi, invece, soffre l’esperienza come un dramma. In ogni caso – spiega mons. Perego – il migrante sperimenta una situazione di disorientamento che interroga gli aspetti più profondi dell’identità dell’individuo che vive la profonda e dilaniante lotta tra il rischio di lasciare ciò che è noto per l’opportunità data dall’ignoto, dove però questa opportunità può essere bella o brutta, migliore o peggiore”. Nel testo mons. Perego parla dei minori non accompagnati, delle famiglie rifugiate, del ruolo delle famiglie immigrate nel nostro Paese. La famiglia in emigrazione è soggetta a “mutamenti importanti”, sottolinea il direttore Migrantes, in quanto cambiano i ruoli dei componenti in seguito all’emigrazione, ma anche a causa della trasformazione che interessa i sistemi sociali dei Paesi di origine e dei Paesi occidentali di accoglienza. “Nella famiglia immigrata si modificano i modelli di coniugalità e di coppia; il processo migratorio – scrive – mina la sopravvivenza della famiglia, determinando nuovi modelli, nuove dinamiche, nuove pratiche familiari. Le famiglie tradizionali si affiancano a quelle interetniche o a quelle composte da conviventi, persone unite da un legame affettivo non formalizzato da un contratto matrimoniale, persone che vivono sotto lo stesso tetto spinte da motivi economici o di solidarietà”. La famiglia immigrata si situa tra una famiglia che ha “paura di perdere le proprie radici oppure, in una dinamica opposta, in un processo di acculturazione forzata, in un nucleo familiare che recide le proprie radici in modo violento, con conseguenze nel tempo spesso dirompenti”. La presenza del nucleo familiare costringe e determina, specialmente in presenza di bambini, la rottura dell’isolamento a cui spesso è costretto lo straniero e a utilizzare le risorse del territorio in modo differenziato da parte dei diversi membri del nucleo. Proprio i minori possono essere considerati la realtà di raccordo tra la società di origine e la società di accoglienza. Contestualmente, però, “essi sono la pedina più debole del processo di integrazione, in quanto vivono sulla propria pelle la spaccatura tra due culture”. Per mons. Perego la situazione della famiglia nella mobilità è molto cambiata e i motivi sono diversi. Innanzitutto sono cambiate le condizioni in cui le famiglie si trovano a vivere. Poi sono cambiati i protagonisti; oggi i compiti ai quali si è chiamati sono molteplici e differenti. Chiesa e società che camminano insieme “sono interpellate da questo cambiamento familiare che si inserisce in un nuovo contesto multietnico e interculturale da una parte, ed ecclesiale, ecumenico e interreligioso dall’altra. È da notare che, mentre si afferma l’importanza del ricongiungimento e dell’unità familiare, si debba favorire nella Chiesa e nella società un processo condiviso di integrazione, rendendo le famiglie corresponsabili e protagoniste della vita sociale ed ecclesiale nei territori in cui abitano e vivono”.
Da qui l’importanza dell’estensione del diritto di cittadinanza ai bambini nati in Italia e i cammini educativi di partecipazione alla vita della scuola e della società delle famiglie, come anche l’attribuzione del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolarmente presenti nel nostro Paese. Anche nuove forme di tutela dei lavoratori della famiglia migrante e dell’unità familiare in tempo di crisi, come anche azioni che agevolano l’accesso alla casa per la famiglia immigrata, “sono risposte che possono interpretare il cambiamento della vita economica e sociale delle nostre città”. (R. Iaria)



