In 600 “prigionieri” a Berlino

Berlino – Sono arrivati a Berlino un anno fa con 500 euro in mano ed un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dal ministero dell’ Interno italiano. Vengono dal Ciad, dalla Nigeria, dal Togo, profughi della guerra libica alla ricerca del loro posto in Europa. Sino alla settimana scorsa restavano accampati dentro il parco urbano di Oranienplatz, nel cuore della vita notturna berlinese di Kreuzberg, fra tende di tela macchiate dalla terra e casse di legno ammassate. Da una settimana sono stati trasferiti in un ostello della periferia est, con la promessa di un’ autorizzazione a rimanere legalmente in Germania per i prossimi sei mesi: sono gli effetti dell’ accordo chiuso dal Senato della città di Berlino con i rifugiati. In molti occhi si legge l’ entusiasmo di chi finalmente potrà dormire al caldo, fare una doccia, vivere come un essere umano dopo mesi di esistenza di strada, in altri invece trova spazio innanzitutto la paura di quello che succederà fra sei mesi, quando il permesso sarà scaduto ed ogni cosa rimessa nuovamente in discussione. “Dobbiamo restare qui e lottare – dice Ali, 33 anni, del Ciad – i politici volevano soltanto smantellare il campo e ci sono riusciti, è evidente che il loro unico interesse sia quello di fare pulizia, del nostro futuro non importa a nessuno. Ci stanno prendendo in giro, questa è la verità”. Il simbolo della protesta contro lo sgombero della tendopoli è Napuli Langa, la rifugiata di origine sudanese che da mercoledì scorso, giorno in cui le ruspe hanno travolto la tendopoli, ha deciso di barricarsi su un albero all’ interno della zona sorvegliata dalla polizia, senza acqua né cibo, stremata da condizioni ambientali durissime. Le forze dell’ ordine non permettono a nessuno di oltrepassare le barriere che circondano l’ area, Napuli resta quindi da giorni in totale isolamento: la sua unica richiesta è un colloquio con la senatrice Kolat (Spd), responsabile per l’ immigrazione nel governo della capitale tedesca, per avere assicurazioni circa il futuro dei rifugiati e chiedere l’ autorizzazione a reinsediare il campo. A protestare insieme a Napuli anche una ventina rifugiati in sciopero della fame dal giorno dello sgombero che restano in presidio permanente di fronte alla piazza circondata dalla polizia. Dal 2013 ad oggi sono arrivate a Berlino, via Lampedusa, circa 600 persone. Uomini e donne transitati dall’ Italia ed abbandonati al loro destino nel febbraio del 2013, dopo due anni in giro fra i vari centri accoglienza di Mineo, Borgo Mezzanone, Sant’ Anna. “Sono arrivato in Italia nel 2011, a Lampedusa, con un barcone proveniente dalla Libia – racconta Issah, 34 anni, del Niger -: ho vissuto a lungo nel centro di accoglienza di Gorizia e poi, senza preavviso, ci hanno messo in mano un permesso di soggiorno per viaggiare in Europa ed un po’ di soldi, consigliandoci di rifarci una vita in un altro Paese. Avrei potuto decidere di restare in Italia se avessi voluto, ma con quale futuro? Sono stato in Spagna, in Francia, in Svizzera, in Belgio e poi sono arrivato qui in Germania. Da tre anni continuo a girare di nazione in nazione, adesso sono qui da oltre dieci mesi e tutto quello che voglio è una vita normale, la possibilità di lavorare, di avere una casa, come tutti insomma”. La posizione del governo tedesco in merito alla situazione dei profughi di Oranienplatz è molto rigida. Secondo Berlino i migranti “appartengono” al governo italiano, così come sancito dalla convenzione di Dublino. Seguendo il regolamento europeo di disciplina delle procedure di richiesta di asilo infatti, i rifugiati politici possono restare legalmente soltanto nel primo Paese europeo in cui sono sbarcati: dunque, in questo caso, in Italia. Il ministero dell’ interno tedesco ha di fatto bloccato qualunque possibile trattativa di lungo termine per regolarizzare la posizione dei migranti di Oranienplatz: nessun aiuto istituzionale, nessuna struttura pubblica di accoglienza, nella tendopoli si è andati avanti per mesi grazie alla solidarietà degli abitanti del quartiere, che hanno aiutato i migranti con cibo, vestiti e qualche soldo. «Pensiamo che il governo tedesco dovrebbe fare qualcosa, subito, a prescindere dai regolamenti europei – spiega Lena, un’ attivista del movimento Lampedusa in Berlin, fra le organizzazioni che si stanno impegnando sul campo per aprire un ponte di comunicazione con le istituzioni -: qui stiamo parlando di persone, non di numeri. L’Italia non li vuole, la Germania nemmeno. Cosa dovrebbero fare? Tornare nei loro Paesi di origine, dove si combattono guerre terribili? Questo sgombero non è la soluzione, è chiaro che si tratta di una manovra delle istituzioni per ripulire la piazza ed eliminare il problema dalla visibilità pubblica”. Ci danno un permesso di sei mesi, senza possibilità di lavorare, portandoci in una stanza di due metri e poi? Finiti i sei mesi dove andiamo? Nessuno ce lo ha ancora spiegato – dice un altro dei rifugiati, Dickson, 21 anni, nigeriano – quando hanno attaccato la Libia dicevano che era per il nostro bene, che Gheddafi non rispettava i diritti dell’ uomo. Ecco io sono qui in Europa oggi, e vorrei chiedere a tutti quanti: dove sono quei diritti dell’ uomo di cui parlavate?”. (A. Mondello – Avvenire)