Ragusa –
Una moglie, una figlia di 18 mesi nata in Marocco, l’affetto dei familiari, un lavoro che sta andando bene, una casa dignitosa e una macchina nuova, comprata qualche mese fa in una concessionaria di Agadir, la città portuale del Marocco meridionale dove è nato e cresciuto.
È la nuova vita di Rachid, il più piccolo dei tre fratelli Warir rientrato nel Paese di origine il 24 novembre del 2012 con un volo diretto Bologna-Agadir nell’ambito dei programmi di ‘rientro volontario assistito’ dei migranti promosso dal Ministero dell’Interno italiano.
“La mia storia inizia nel 2007 con un progetto migratorio – racconta Rachid ad Avvenire, al telefono in perfetto italiano –. Era luglio e mio fratello Ibrahim che si trovava in Italia dal 2002 mi ha comunicato che nella ditta dove lavorava a Modigliana in provincia di Forlì-Cesena c’era una opportunità di lavoro anche per me. Sono partito immediatamente. Per l’alloggio non ho avuto difficoltà in quanto ha pensato a tutto lui. Appena arrivato mi sono presentato al lavoro”.
Anche Ibrahim, come Rachid, era arrivato in Italia già con un contratto di lavoro. A trovarlo per lui era stato il fratello maggiore Said, oggi 49 anni, sposato e con figli, in Italia dal 1997.
“Di Said in famiglia sappiamo solo che è arrivato in Italia dalla Tunisia”, racconta Rachid. Il suo viaggio è stato di quelli via mare, a bordo di un barcone. Nessun racconto ai fratelli sulla traversata, sulle prevaricazioni di cui sono vittime i migranti quando si consegnano alle organizzazioni criminali che organizzano i viaggi della speranza, e sulle difficoltà incontrate per il primo inserimento nel mercato del lavoro in Italia.
Per i fratelli Warir, l’Emilia Romagna è diventata come una seconda casa. “Ho vissuto tra Forlì e Ravenna per cinque anni cambiando in tutto tre lavori – spiega Rachid –: dalla ditta di Modigliana che produce superfici decorative in legno destinate all’industria del mobile, delle porte e dell’arredamento navale, sono passato ad una fabbrica di succhi di frutta, ed infine al lavoro in una azienda agrituristica nell’Appennino toscoromagnolo”. Poi l’acuirsi della crisi rende la vita in Italia sempre più difficile. Rachid perde il lavoro e sempre di più si allontana il sogno di portare in Italia la moglie che intanto è in dolce attesa.
“Un giorno all’ufficio impiego di Forlì ho incontrato una signora di origini marocchine che lavorava lì. Mi ha parlato del programma per il rientro volontario assistito e mi ha consigliato di rivolgermi al Cefa”. I volontari dell’ong fondata a Bologna nel 1972 e associata alla Focsiv, la Federazione degli organismi cristiani di servizio internazionale volontario, lo aiutano a fare una scelta importante.
Rachid viene inserito nel progetto Remida, finanziato dal Ministero dell’Interno italiano e cofinanziato dall’Unione Europea per avviare programmi di rimpatrio volontario assistito per i migranti marocchini presenti sui territori delle province di Modena, Bologna, Forlì e Cesena che intendono ricominciare un percorso di vita nel proprio paese di origine.
“Il Cefa ha pagato il mio biglietto aereo ed ha sostenuto tutte le spese per l’avvio della mia nuova attività: una piccola azienda di allevamento di pulcini che mi sta dando tante soddisfazioni e spero di trasformare presto in una ditta avicola più grande”.
Nel progetto migratorio di Rachid e dei suoi fratelli c’era fin dall’inizio l’idea di tornare un giorno in Marocco e, con i soldi guadagnati in Italia, garantire un futuro ai propri figli.
“Tornare però non è sempre facile – sottolinea Rachid –. Nel 2007 per esempio mio fratello Said era rientrato in Marocco. Aveva investito tutti i risparmi in una fabbrica che dopo due anni però è fallita. Quindi è rientrato in Emilia Romagna. Ibrahim invece sta avviando in Marocco un allevamento di api mettendo in pratica quello che ha appreso facendo l’apicoltore in Italia. Se tutto va bene tornerà definitivamente a casa nei prossimi mesi. E lo stesso si augura di fare nuovamente anche Said”. (L. Malandrino)



