Roma – “La nuova emigrazione italiana nei Paesi in rapida crescita, nei Paesi emergenti – tra cui la Cina – è certamente un fenomeno recente, prevalentemente legato alle esigenze economiche della globalizzazione e della conseguente necessità di presenza italiana temporanea o stabile nei nuovi mercati, anche se, per quanto riguarda la Cina, nel corso dell’ultimo millennio sono state numerose le relazioni economiche, culturale e religiose”. Lo ha detto oggi pomeriggio il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Giancarlo Perego, nel corso della presentazione della ricerca della Fondazione Migrantes, attraverso il Progetto “Amico” (Analisi della migrazione degli italiani in Cina) e confluito nel volume “Sulle orme di Marco Polo: Italiani in Cina” ed è stata realizzata da Giovanna Di Vincenzo, Fabio Marcelli e Maria Francesca Staiano. Per la Cina la decentralizzazione dei grandi gruppi è stata seguita alla fine degli anni ‘90 da “un crescente movimento scoordinato e caotico di entità diversamente strutturate – ha aggiunto – che possiamo dire costituito da Liberi Professionisti e Piccoli Imprenditori, Studenti. L’emigrazione ha, poi, incrociato l’immigrazione cinese in Italia, ormai arrivata al numero di oltre 300.000 persone, al terzo posto tra gli immigrati non comunitari in Italia dopo il Marocco e l’Albania”. “Queste ondate di affluenza – ha concluso mons. Perego – si sono sedimentate nel territorio con scarsa coesione ed assoluta mancanza di piani o schemi di integrazione nel tessuto sociale locale. L’assenza di poli di riferimento reale o modalità di aggregazione (nel caso cinese dovuta anche a problemi di ordine politico e religioso) stanno creando delle dinamiche di parcellizzazione, ghettizzazione e distacco nei nuclei italiani, non solo nei confronti del Paese di origine e del Paese ospitante, ma anche degli uni rispetto agli altri”.



