Tirana – Papa Francesco anche in Europa sceglie la “periferia” per il suo primo viaggio pastorale. E lo fa in Albania, un paese di frontiera, uno di quei territori dove convivono popoli, culture e religioni diverse. E’ il primo viaggio nel Vecchio Continente. Oltre mezza giornata in questo Paese domenica scorsa per lanciare un messaggio forte e deciso contro ogni violenza e per sottolineare la possibilità di vivere in pace tra uomini di fede differenti. Un paese a maggioranza musulmana (i cattolici sono il 15%) che ha accolto un pontefice dopo oltre un quarto si secolo. Giovanni Paolo II aveva, infatti, visitato l’Albania il 25 aprile 1993: primo papa in questo Paese. Una visita storica dopo gli anni terribili della persecuzione da parte del regime ateo-comunista. Un visita attesa che papa Bergoglio non ha deluso dando atto alla Chiesa del Paese della sofferenza subita e commuovendosi abbracciando due testimoni di quelle sofferenze. “Come hanno fatto a sopportare tanta tribolazione?”, ha detto il Papa sottolineando che l’esempio dell’Albania dimostra che “la pacifica e fruttuosa convivenza tra persone e comunità appartenenti a religioni diverse è non solo auspicabile, ma concretamente possibile e praticabile”. La pace e il rispetto sono un “bene inestimabile” per lo “sviluppo armonioso di un popolo”. “Come credenti – ha detto Bergoglio – dobbiamo essere particolarmente vigilanti, rifiutando con decisione come non vere tutte quelle forme che rappresentano un uso distorto della religione. La religione autentica è fonte di pace e non di violenza!. Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza!”. Un appello forte che richiama l’attenzione verso la grande tensione internazionale che si vive in tanti paesi del mondo in queste ore: Iraq, Siria, Ucraina… “Nessuno – ha rimarcato il Pontefice – pensi di farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e di sopraffazione!” evidenziando al termine della visita, conversando in aereo con i giornalisti, che questo viaggio “va oltre l’ Albania che ha iniziato una strada di convivenza tra le culture diverse, va oltre i suoi confini”. Papa Francesco parla della necessità di dialogo grazie alla forza della identità di ogni fede che non deve vedere però nell’altro un nemico ma un fratello. Nel suo discorso in una sala dell’università dice che “quando, in nome di un’ideologia, si vuole estromettere Dio dalla società, si finisce per adorare degli idoli, e ben presto l’uomo smarrisce sé stesso, la sua dignità è calpestata, i suoi diritti violati. Voi sapete bene a quali brutalità può condurre la privazione della libertà di coscienza e della libertà religiosa, e come da tale ferita si generi una umanità radicalmente impoverita, perché priva di speranza e di riferimenti ideali”. E poi l’incontro con don Ernest Simoni, un sacerdote di 84 anni, agli arresti per tanti anni e scampato al martirio. Abbracciandolo il pontefice si è commosso e ha quasi pianto. Altro incontro con la 86enne, sr. Marje Kaleta, che per 40 anni ha continuato il suo apostolato in segreto, battezzando e facendo il catechismo rischiando così la vita. “L’abbiamo vista piangere per la prima volta”, ha detto una giornalista al papa. “Sentire parlare un martire del proprio martirio e’ forte. Tutti eravamo commossi, tutti”, ha risposto Bergoglio. (Raffaele Iaria)



