Con gli immigrati si va a scuola di condivisione

Conegliano – La domenica i fedeli della Messa depositano, ai piedi della grande statua della Madonna di Fatima, la patrona della parrocchia, le borse della spesa, che poi le donne della San Vincenzo distribuiscono alle famiglie che non arrivano a fine mese; sempre più numerose quelle italiane. Fin dalla fondazione, negli anni ’60, la parrocchia di Parè, quartiere popolare di Conegliano, in provincia di Treviso, è stata periferia. In tutti i sensi. Prima di partire per il Conclave l’allora patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, volle salutare le ragazze abbandonate dai genitori assistite nell’orfanatrofio di Parè dall’ausiliare monsignor Olivotti. Quando il vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani, benedisse la prima pietra della nuova chiesa, a Parè c’erano solo campi. Oggi non ne è rimasto uno. Dei 4.500 residenti tanti tra quelli che lavoravano nelle fabbriche del boom, a partire dalla vicina Zoppas, poi Zanussi, oggi Electrolux, si sono fatti la casa. I primi immigrati sono già diventati nonni. E “bisnonno”, come ama definirsi, è il parroco, monsignor Fausto Scapin, 80 anni fra qualche giorno, da 24 in questa località. “Qui abita Armando Bucciol, vescovo in Brasile, già prete operaio. È a lui che inviamo il ricavato di questa mostra” spiega il ‘don’ mentre ci accompagna tra i ricami che le donne del paese espongono in oratorio, in vista della giornata missionaria. Dall’altra parte c’è lo stabile delle Acli, 500 metri quadri, dove ogni giorno si incontrano i pensionati. Il vicino campo di calcio serve per l’allenamento delle squadre del paese che hanno un serbatoio di 374 aspiranti Balotelli. “Balotelli? No, stiamo più bassi – sorride il monsignore -. È vero, marocchini o cinesi che giocano nei nostri campetti si immaginano chissà chi, forse per riscattarsi. Per la verità – ammette – ho avuto qualche problema ad amalgamarli. I cinesi, soprattutto, si isolano. Ma in parrocchia ci si educa alla condivisione”. Né il sacerdote né gli oltre 40 animatori chiedono la professione di fede a chi frequenta la chiesa e le opere sociali, ma il messaggio del Vangelo viene proposto a tutti. La comunità cinese è sempre più numerosa, ha acquistato appartamenti, aperto negozi. “Non mi chiamano in casa, ma qui vengono e sono cordiali. Vuol dire che lasciamo il segno”. Anche perché a Parè la fede, anzi la sua pratica, viene presentata come un momento di festa; il Vangelo è gioia. E la gioia, in tempi come questi, conquista anche chi si crede lontano ma non lo è. (Avvenire)