Milano – Se l’emergenza non è più sotto i nostri occhi, nel Mediterraneo l’allerta resta alta. Il numero di barconi nel Canale di Sicilia è calato – anche per le pessime condizioni del mare – non quello delle persone che cercano disperatamente di fuggire dalla Siria o dal Corno d’Africa. Cambiano le rotte per raggiungere la salvezza che diventano più lunghe, tortuose e pericolose. L’Egitto e la Libia, porti di partenza per le imbarcazioni dirette in Italia, sono diventati più insicuri per i profughi siriani ed eritrei. “In Libia non è cambiato nulla – sottolinea don Mosé Zerai, sacerdote e presidente dell’agenzia Habeshia – abbiamo ancora molte segnalazioni di eritrei catturati dai miliziani, trattenuti in centri di detenzione informali e venduti ai trafficanti”. Anche per i siriani la rotta libica è sempre meno praticabile: le continue violenze, il rischio di essere rapiti e rapinati hanno spinto molti a puntare verso altre strade. In Egitto il governo ha da tempo imposto un giro di vite ai profughi siriani. A novembre si sarebbero registrati due episodi di respingimenti collettivi in Turchia. “Ce ne sono migliaia in Egitto in attesa di partire. Vista la situazione in Siria e nei paesi di accoglienza limitrofi, come il Libano, c’è da aspettarsi che il numero aumenti – spiega Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, – ma l’Egitto non offre le garanzie minime per l’accoglienza”. E così aumentano le partenze via mare dalla Turchia, mentre la frontiera della Grecia torna a riscaldarsi. Dal 24 novembre circa 200 profughi siriani stanno protestando ad Atene per chiedere di continuare il viaggio verso nord. “Rispetto i mesi scorsi, in questi giorni sto ricevendo molte più chiamate da parte di profughi siriani in Bulgaria e Montenegro – spiega Tytty Cherasien, volontaria siriana – sempre più spesso partono dalla Turchia pagando cifre altissime per cercare di raggiungere la Grecia”. Percorrono la rotta balcanica sfidando i muri eretti da Bulgaria e Grecia lungo il confine con la Turchia. “Il modello da seguire è quello della Germania – conclude Hein – che ha messo a disposizione 20mila posti per un progetto di trasferimento riservato ai profughi siriani più fragili. Continuare e rafforzare il salvataggio in mare è essenziale, ma dobbiamo fare in modo che la gente non prenda più i barconi”. (Ilaria Sesana)



