Bergamo – «Fin dall’inizio la Chiesa è madre dal cuore aperto sul mondo intero, senza frontiere»: con queste parole Papa Francesco lancia il tema della prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che sarà celebrata in tutto il pianeta domenica. «Chiesa senza frontiere, madre di tutti» non è solo il titolo del messaggio del Santo Padre, un bello slogan ad uso dei giornalisti. Piuttosto riassume efficacemente l’universalità, e quindi la cattolicità, della Chiesa. Una Chiesa senza frontiere, madre di tutti, che diffonde nel mondo la cultura dell’accoglienza e della solidarietà. La frontiera ha sempre caratterizzato la geografia politica ma soprattutto quella mentale, andando a definire un noi e un loro, un chi sta dentro e un chi sta fuori. Il secolo appena trascorso è stato caratterizzato dall’edificazione e dall’abbattimento di frontiere e di muri… E purtroppo ancora oggi c’è chi pensa che la soluzione sia quella di erigere muri. Ma forse mai ci siamo accorti che, come afferma Kapuscinski «il lato peggiore del è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da un muro che lo divide in dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori». Abbattere le frontiere diviene così uno dei compiti della Chiesa, compito che si traduce ed esemplifica nel realizzare il comandamento biblico dell’accoglienza dello straniero con rispetto, «assumendosi nuovi impegni di solidarietà, di comunione e di evangelizzazione». Solidarietà, come quella messa in campo dalla Chiesa, per affrontare (stare di fronte, e non creare un fronte, ovvero fronteggiare) la nuova emergenza profughi. In quest’ultimo periodo siamo provocati dall’arrivo, spesso massiccio, di persone che scappano dalle guerre e dagli sconvolgimenti a Sud del Mediterraneo e non solo. In quanto cristiani dobbiamo essere capaci di applicare il Vangelo a cominciare da coloro che «vanno alla ricerca di condizioni di vita più umane». L’operato della Caritas a Bergamo, che anche attraverso la cooperativa Ruah ha messo in campo tempo, energie e risorse, non può non interrogare tutte le comunità cristiane, in primis quelle che hanno visto l’apertura di centri di accoglienza sul proprio territorio, ma anche tutte le altre. Non è più (o forse sarebbe meglio dire, non è mai stato) il tempo della tolleranza! Comunione, come quella a cui ci ha invitato il nostro vescovo, nella lettera dell’inizio dell’anno pastorale, esortandoci a «essere uomini e donne capaci di Eucarestia». Eucarestia significa comunione nella diversità. Per l’Ufficio Migrantes questo si traduce nel favorire l’inclusione dei migranti nella Chiesa bergamasca attraverso le comunità di altra madre lingua. Comunità di fedeli cattolici che celebrano e vivono la propria fede secondo le proprie tradizioni liturgiche, linguistiche e culturali. Come nella Pentecoste «la forza dello Spirito Santo ha prevalso su dubbi e incertezze e ha fatto sì che ciascuno comprendesse il loro annuncio nella propria lingua» così anche oggi la nostra Chiesa deve essere caratterizzata da quel coraggio ed entusiasmo. Evangelizzazione, ovvero vocazione della Chiesa, che si realizza anche nel superamento delle frontiere, favorendo «il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione (…) a un atteggiamento che abbia alla base la “cultura dell’incontro”, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno». Il monito al termine del Concilio Vaticano II «nessuno è straniero, nessuno è escluso, nessuno è lontano» ci ha accompagnato durante tutte le iniziative per festeggiare il 20° anniversario di fondazione dell’Ufficio per la Pastorale dei migranti. Lungo questo anno, oltre a segnare un traguardo, abbiamo soprattutto voluto ripensare le modalità di fare pastorale con i migranti, capendo che l’attenzione alle forme liturgiche e linguistiche della propria cultura d’origine non può essere dimenticata o messa da parte. Proprio come i discepoli che furono in grado di parlare tutte le lingue, anche la Chiesa bergamasca deve sforzarsi di aprirsi a tutti i fedeli di altra lingua, cultura e nazionalità perché, come ci dice il Papa «il carattere multiculturale delle società odierne incoraggia la Chiesa ad assumersi nuovi impegni di solidarietà, comunione e di evangelizzazione». Proprio quest’anno ricorre un altro anniversario: sono i dieci anni della Missione Santa Rosa da Lima – Centro San Lazzaro, la missione cum cura animarum per i cattolici latinoamericani. Essa rappresenta concretamente e visibilmente l’impegno più profondo della nostra Chiesa per i migranti. Un luogo dedicato alla pastorale per i latinoamericani, soprattutto boliviani, di lingua spagnola, con un prete e due suore impegnati a tempo pieno. Dieci anni però sono un’era geologica nel mondo delle migrazioni: oggi, infatti, San Lazzaro è qualcosa di più. Accoglie associazioni, gruppi, singoli fedeli non solo latinoamericani ma anche eritrei, africani, filippini. E chissà quante altre nazionalità arriveranno ancora. Ecco che sorge il dovere e l’opportunità per ripensare la Missione e aggiornarla alla luce della nuova realtà attuale. «Nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare»: con questo nuovo richiamo vogliamo concludere la rilettura del messaggio di quest’anno di Papa Francesco, augurandoci che migranti e rifugiati possano aiutare la Chiesa ad allargare il suo cuore per manifestare la sua maternità verso l’intera famiglia umana. (don Massimo Rizzi – Direttore Migrantes Bergamo)



