Milano – Ali, 14 anni, la settimana scorsa era in fila sulla banchina di Lampedusa con gli occhi bassi e il cuore accartocciato dalla paura. Sopravvivere al deserto, alla morte di un fratello per strada, alla Libia: forse non saprà mai raccontare come ci è riuscito. Da lì l’hanno spostato al centro di prima accoglienza dell’isola, poi vista l’età hanno deciso d’affidarlo a una famiglia.
Due ore ed era già scappato.
L’hanno trovato, per fortuna. Era vicino alle reti del centro: «Voglio stare qui».
Dall’inizio dell’anno sono arrivati via mare 240 bambini insieme ad almeno un familiare, ma quelli appena più grandi, come Ali, che hanno affrontato da soli un terribile viaggio iniziato nei loro Paesi di origine, sono la maggioranza: 521. Il conto di Save the children cambia di ora in ora: «Soltanto mercoledì, nel naufragio costato la vita a 10 migranti, ne abbiamo contati altri 30 – spiega Giovanna Di Benedetto, portavoce dell’associazione –. Alcuni, in quella tragedia, hanno perso la mamma». Mediamente hanno 15, 16 anni. Vengono da Eritrea, Somalia, Palestina, Siria. Sono sopravvissuti all’inferno. Gli operatori delle ong sono in allarme. Tra i quasi 8mila migranti arrivati in Italia dal primo di gennaio, i minori sono i più fragili: separati dalle loro famiglie, che spesso hanno pagato riscatti da capogiro per farli arrivare sani e salvi a destinazione; orfani della Libia (dove hanno visto genitori e fratelli massacrati di botte) o peggio ancora del Mediterraneo (dove hanno visto annegare madri, zie, nonni). Per loro servirebbe un trattamento a parte, una corsia privilegiata: strutture dove sia attivato immediatamente un servizio di supporto psicologico, dove vengano identificati e rimessi in contatto coi loro parenti. E invece, ecco la nuova sconfortante conta: quasi 700 minori non accompagnati in attesa d’essere collocati in comunità, di cui la metà sistemati in Sicilia. «I trasferimenti nelle comunità vanno a rilento – lamenta Federcia Giannotta, responsabile diritti minori di Terres des Hommes –, i Comuni devono pagarseli da soli per poi chiedere i rimborsi alla Prefettura». Risultato: i minori non si spostano nel limbo dei centri siculi – anche quelli “dedicati”, con un numero ridotto di ospiti e percorsi specifici – finiscono per perdere la speranza. «La fuga purtroppo resta la più comune delle soluzioni a questa emergenza», continua la Giannotta. Come confermato dai numeri agghiaccianti diffusi dal ministero dell’Interno: 3.707 “scomparsi” nel 2014, una media di 10 bambini al giorno. Persi per sempre tra le maglie della tratta, della criminalità, dell’indigenza. Il governo dovrebbe e potrebbe agire: da 2 mesi si attende il parere tecnico necessario perché la Commissione Bilancio possa dare il benestare per la definitiva approvazione della legge sui minori non accompagnati (prima firmataria e sostenitrice Sandra Zampa, vicepresidente della commissione Infanzia): «Si tratta di un ritardo inspiegabile e inaccettabile», ha denunciato ieri Save the children, che nel 2013 ha promosso il testo di quella legge. Dello stesso parere la Fondazione Migrantes: «La tutela dei minori che arrivano in Italia dev’essere immediata – sostiene il direttore generale, monsignor Giancarlo Perego -. Da questo punto di vista prioritario, secondo noi, è il ricorso all’affido familiare: uno strumento che permetterebbe la diffusione capillare dell’accoglienza sul territorio e la protezione dei più piccoli». Intanto, sul fronte dei diritti (spesso calpestati) di questi minori, una buona notizia arriva sul fronte legale: l’esposto presentato nel 2011 dall’avvocato Alessandra Ballerini e firmato da un gruppo trasversale di parlamentari e dalle principali ong impegnate nell’accoglienza dei profughi è stato accolto dalla Procura di Roma. Al centro delle indagini, che ora dovranno essere approfondite, le condizioni dei minori che all’epoca vennero trattenuti nel centro di Lampedusa in condizioni igienicosanitarie disumane e senza alcuna tutela. La speranza è che, prima che a una condanna, l’Italia arrivi a una legge. (Viviana Daloiso – Avvenire)



