Roma – “Il grido dei precari è la periferia che, più di tutte, ci chiede premura”. Così la Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, nel Messaggio per la giornata del primo maggio, dal titolo “Nella speranza, la dignità del pane”.
“Sono ancora molti nel nostro Paese – scrivono i vescovi – i fratelli e le sorelle, specie giovani, che mancano della dignità del lavoro. In tante famiglie, le reti sono e restano vuote”. E ancora: “Nei tanti disoccupati c’è realmente il Cristo che soffre”. Per questo, “anche le nostre comunità cristiane sostano in una Veglia di riflessione e di preghiera, con cuore attento e vigilante. Esperta di umanità, la Chiesa sente il bisogno di spezzare il pane, perché con cinque pani si possa nutrire il pianeta. Nella condivisione, per farsi voce delle attese dei disoccupati e di chi sta perdendo il lavoro, con tanto ascolto, con cuore di misericordia e di cura: presenze umanizzanti che, come il Cireneo, si fanno carico delle croci sul cammino della vita”. Questa Veglia, sottolineano i vescovi, “si tinge dei colori della riflessione culturale, sorretti dalla dottrina sociale della Chiesa”. È infatti “impellente il dovere di fondare la nostra economia su un preciso orientamento etico e antropologico che ponga sulla persona, non sul mercato da solo, la forza stessa dell’economia. Si apre una sfida per superare quella finanza che, finora, si è presentata come negazione del primato dell’uomo”.
“Dove non c’è lavoro – ricordano i vescovi – non c’è dignità. La persona si riduce a merce e mancando la dignità, l’umanesimo si svuota! Come Chiesa e società italiana, ci interroghiamo allora con trepidazione sul futuro dei nostri giovani. Sulla loro dignità. Sentiamo infatti che questa precarietà è attesa di nuove strade, per la costruzione del bene comune. Con questi passi di speranza, va riscoperta, nel decennio dell’educare alla vita buona del Vangelo, l’arte dell’accompagnare. Significa soprattutto far abitare con fiducia il nostro tempo, con una vita sociale piena e partecipativa”. E ancora: “Accompagnare vuol dire star vicino, condividere lacrime e speranze, in un’empatia che si fa misericordia vissuta e solidale, che sta alla base di ogni esperienza cooperativistica. Solo così si radicano con fedeltà esperienze degne di coraggio come il Progetto Policoro o il Prestito della Speranza, iniziative ormai consolidate dopo la loro profetica intuizione. E partendo dalle terre del Sud, ferito da sempre, ora sono di sostegno anche alle Chiese del Nord, che si ritrovano ad accogliere la sfida della precarietà con sguardo non di paura ma di orizzonti nuovi e fecondi!”. Per i vescovi, “decisivo resta il rispetto della Domenica!”. Perché “se non si rispetta la domenica, non si avrà rispetto nemmeno per chi è disoccupato. E il lavoro diventerà schiavizzante e oppressivo”.
“La visione di solidale attenzione al fragile e al precario – sottolineano i vescovi – s’impara già in famiglia, che si fa scuola sociale nel suo stesso esserci”: “Una famiglia vicina, che accompagna, è spazio che lancia in alto i cuori. Per ideali alti e veri. Un aquilone nel cielo azzurro, ma con un filo ben saldo nelle mani”. E ancora: “Una famiglia unita, poi, pone nel cuore dei suoi figli il gusto della solidarietà nativa, come forma che permette di affrontare con fiducia ogni rischio. Mai da soli. Mai senza l’altro! In una casa solidale, s’impara a rischiare di più; ad investire con maggior coraggio; a guardare al domani con fiducia”. Infine, “una famiglia riconciliata nella misericordia sa fare delle relazioni il tessuto vitale per un arazzo sociale che sa comporre, con pazienza, i diversi fili degli interessi specifici, spesso contrapposti”. Per questo, concludono i vescovi, “vanno coniugati i tempi del lavoro con i tempi della famiglia, perché è da questa sorgente, vicina, unita e riconciliata, che può sgorgare un flusso vitale, capace di aiutarci a gestire questa crisi, etica, sociale ed economica. Solo insieme ne usciremo. Lottando contro la paura e l’indifferenza”.
“Sono ancora molti nel nostro Paese – scrivono i vescovi – i fratelli e le sorelle, specie giovani, che mancano della dignità del lavoro. In tante famiglie, le reti sono e restano vuote”. E ancora: “Nei tanti disoccupati c’è realmente il Cristo che soffre”. Per questo, “anche le nostre comunità cristiane sostano in una Veglia di riflessione e di preghiera, con cuore attento e vigilante. Esperta di umanità, la Chiesa sente il bisogno di spezzare il pane, perché con cinque pani si possa nutrire il pianeta. Nella condivisione, per farsi voce delle attese dei disoccupati e di chi sta perdendo il lavoro, con tanto ascolto, con cuore di misericordia e di cura: presenze umanizzanti che, come il Cireneo, si fanno carico delle croci sul cammino della vita”. Questa Veglia, sottolineano i vescovi, “si tinge dei colori della riflessione culturale, sorretti dalla dottrina sociale della Chiesa”. È infatti “impellente il dovere di fondare la nostra economia su un preciso orientamento etico e antropologico che ponga sulla persona, non sul mercato da solo, la forza stessa dell’economia. Si apre una sfida per superare quella finanza che, finora, si è presentata come negazione del primato dell’uomo”.
“Dove non c’è lavoro – ricordano i vescovi – non c’è dignità. La persona si riduce a merce e mancando la dignità, l’umanesimo si svuota! Come Chiesa e società italiana, ci interroghiamo allora con trepidazione sul futuro dei nostri giovani. Sulla loro dignità. Sentiamo infatti che questa precarietà è attesa di nuove strade, per la costruzione del bene comune. Con questi passi di speranza, va riscoperta, nel decennio dell’educare alla vita buona del Vangelo, l’arte dell’accompagnare. Significa soprattutto far abitare con fiducia il nostro tempo, con una vita sociale piena e partecipativa”. E ancora: “Accompagnare vuol dire star vicino, condividere lacrime e speranze, in un’empatia che si fa misericordia vissuta e solidale, che sta alla base di ogni esperienza cooperativistica. Solo così si radicano con fedeltà esperienze degne di coraggio come il Progetto Policoro o il Prestito della Speranza, iniziative ormai consolidate dopo la loro profetica intuizione. E partendo dalle terre del Sud, ferito da sempre, ora sono di sostegno anche alle Chiese del Nord, che si ritrovano ad accogliere la sfida della precarietà con sguardo non di paura ma di orizzonti nuovi e fecondi!”. Per i vescovi, “decisivo resta il rispetto della Domenica!”. Perché “se non si rispetta la domenica, non si avrà rispetto nemmeno per chi è disoccupato. E il lavoro diventerà schiavizzante e oppressivo”.
“La visione di solidale attenzione al fragile e al precario – sottolineano i vescovi – s’impara già in famiglia, che si fa scuola sociale nel suo stesso esserci”: “Una famiglia vicina, che accompagna, è spazio che lancia in alto i cuori. Per ideali alti e veri. Un aquilone nel cielo azzurro, ma con un filo ben saldo nelle mani”. E ancora: “Una famiglia unita, poi, pone nel cuore dei suoi figli il gusto della solidarietà nativa, come forma che permette di affrontare con fiducia ogni rischio. Mai da soli. Mai senza l’altro! In una casa solidale, s’impara a rischiare di più; ad investire con maggior coraggio; a guardare al domani con fiducia”. Infine, “una famiglia riconciliata nella misericordia sa fare delle relazioni il tessuto vitale per un arazzo sociale che sa comporre, con pazienza, i diversi fili degli interessi specifici, spesso contrapposti”. Per questo, concludono i vescovi, “vanno coniugati i tempi del lavoro con i tempi della famiglia, perché è da questa sorgente, vicina, unita e riconciliata, che può sgorgare un flusso vitale, capace di aiutarci a gestire questa crisi, etica, sociale ed economica. Solo insieme ne usciremo. Lottando contro la paura e l’indifferenza”.



