Roma – Cecilia, una peruviana down, non ha potuto coltivare le sue doti culinarie perché per lei, che ha una difficoltà di linguaggio, si è scelto il centro diurno invece che l’alberghiero. Anche Christian,
italo-colombiano con un deficit cognitivo, appena maggiorenne ha dovuto faticare parecchio per ottenere la cittadinanza. Il problema? Non riusciva a leggere il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Oltre le storie personali, però, la percezione di quanto i disabili stranieri siano ultimi tra gli ultimi la si capisce dai numeri: non ce ne sono di ufficiali. Ad eccezione della loro presenza a scuola e/o nelle liste di collocamento. Quella degli stranieri con disabilità, insomma, è “una doppia
discriminazione”, a cui però non fanno seguito interventi specifici. Un “capitale sociale nascosto” a cui la Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish), in collaborazione con l’associazione Nessun luogo è lontano, ha voluto dedicare un momento di confronto ieri a Roma, per iniziare a tratteggiare una rete che tenga insieme il sociale, il sanitario, l’educativo.
È come se “vivessero su una gamba sola, in un equilibrio precario”, per le difficoltà di riconoscimento dell’invalidità civile, ma anche per lo slalom a cui sono costretti nel percorso d’integrazione. Quello che di loro si sa è che gli alunni stranieri disabili nelle nostre scuole sono 26mila (3,3% degli studenti immigrati), 13mila quelli iscritti al collocamento (1,9%), 12mila coloro che percepiscono la pensione d’invalidità. In più rappresentano appena l’1,7% degli adulti con malattie psichiatriche e lo 0,1% degli anziani non autosufficienti. Cifre sottostimate.
“Queste persone sfuggono non solo alle statistiche ma anche alle istituzioni – dice perciò Vincenzo Falabella, presidente della Fish – così tutto il peso grava sulle famiglie che già faticano a realizzare il loro progetto d’inclusione”. Invece bisognerebbe “superare il concetto di isola e iniziare a far rete nell’accoglienza, per farli uscire dalla solitudine”, suggerisce don Pierpaolo Felicolo direttore dell’ufficio Migrantes della diocesi di Roma. La “battaglia” che occorre fare, perciò, parte dal dibattito politico “in cui la questione è totalmente assente” fa notare la deputata Paola Binetti (Ap), che si dice pronta a sposare “una mozione da presentare prima della pausa estiva”. Ma è anche fuori dai Palazzi che occorre lavorare – ricorda il portavoce del Forum Terzo settore Pietro Barbieri – creando “una coscienza civica in grado di riconoscere le condizioni di diversità e svantaggio”. (Alessia Guerrieri – Avvenire)



