Milano – Si è tenuto ieri al Teatro Litta di Milano “Viaggi della Speranza: Europa, religioni e accoglienza”, promosso da Dialog Milano: il primo dei 10 eventi previsti fra giugno e ottobre per favorire l’incontro tra donne e uomini di diverse tradizioni religiose ed offrire un contributo alla costruzione di un mondo più pacifico e umano.
Il dramma dei conflitti che interessano vaste aree del Mediterraneo sbarca in Europa sulle carrette del mare cariche di profughi. Inizia così nel nostro continente un dibattito sui temi dell’accoglienza e del diritto d’asilo: l’Europa non viene forse meno ai suoi principi democratici e alla sua tradizione umanistica quando non riesce a far valere i diritti di chi fugge dalla guerra?
In questo contesto le religioni si sono guadagnate uno spazio per parlare di accoglienza, di solidarietà e di rispetto dei diritti dell’uomo; danno e potranno dare sempre di più un’anima e una prospettiva di apertura ad un’Europa che rischia di perderle, inseguendo la sicurezza delle frontiere e il respingimento dei migranti.
Questa la prospettiva affrontata nell’incontro milanese, che ha ospitato le testimonianze di persone di diverse fedi, che collaborano sia nei luoghi d’origine che in Italia per un aiuto concreto ai migranti.
Alghanesh Fessaha, dottoressa milanese di origine eritrea, ha raccontato il lavoro svolto dall’ong “Gandhi”, che opera al confine tra Egitto e Israele per assistere i profughi eritrei: “Fuggono da un Paese che è una prigione a cielo aperto. In particolare i ragazzi temono il servizio militare che dura dai 16 ai 54 anni. Nel deserto del Sinai vengono rapiti da trafficanti senza scrupoli che li torturano per chiedere un riscatto alle famiglie e talvolta li uccidono per il mercato del traffico degli organi. Con la nostra associazione abbiamo liberato centinaia di sequestrati grazie alla collaborazione dello sceicco salafita Awwad Mohamed Ali Hassan. Entrambi partiamo dal nostro credo religioso: cattolica io, mussulmano lui.”
Rinaldo Marmara, presidente della Caritas Turchia e membro della Comunità latina di Turchia, ha parlato dell’impegno della Caritas nei campi profughi al confine con la Siria per soccorrere cristiani e musulmani in fuga dai conflitti dell’area mediorientale. “In Turchia sono ospitati 1.800.000 profughi siriani, di cui 350.000 solo a Istanbul.”
Kheit Abdelhafid, imam della Moschea di Catania e presidente della Comunità Islamica di Sicilia ha portato la testimonianza dei musulmani dell’isola. “Nella nostra Moschea sono ospitati profughi siriani e collaboriamo con la Comunità di Sant’Egidio e altre realtà in occasione degli sbarchi. L’accoglienza deve essere chiamata sacra.”
Diane Barraud, pastora della Chiesa Evangelica Riformata del Cantone di Vaud e responsabile insieme a un teologo cattolico del Point d’Appui di Losanna, ha affrontato il tema dell’accoglienza dal punto di vista non più del primo approdo, ma della meta desiderata da tanti profughi. “In base all’accordo europeo di Dublino – ha spiegato – i profughi giunti in Svizzera e in altri paesi del Nord Europa ricevono l’ordine di espulsione e devono tornare in Italia, il primo paese in cui sono stati fotosegnalati. Quest’accordo va rivisto”.
All’incontro è intervenuto anche Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano, città che ha accolto nei propri dormitori 64.000 profughi siriani e eritrei negli ultimi 20 mesi.
Il dibattito è stato accompagnato dalla musica del Maestro Karim Wasfi, direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale di Baghdad, che recentemente ha suonato sulle macerie prodotte dagli attentati nella sua città, per ribadire come la speranza umana, il desiderio di vita e di bellezza siano più forti della distruzione delle bombe.
“Uomini di fede diverse – ha detto Giorgio Del Zanna, presidente della Comunità di Sant’Egidio di Milano – ci hanno spiegato come affrontare insieme le sofferenze dei profughi in fuga dalla guerra e dalla dittatura è una via del dialogo interreligioso. Affratellarsi all’altro, è la grande lezione del cardinal Martini”.
Il dramma dei conflitti che interessano vaste aree del Mediterraneo sbarca in Europa sulle carrette del mare cariche di profughi. Inizia così nel nostro continente un dibattito sui temi dell’accoglienza e del diritto d’asilo: l’Europa non viene forse meno ai suoi principi democratici e alla sua tradizione umanistica quando non riesce a far valere i diritti di chi fugge dalla guerra?
In questo contesto le religioni si sono guadagnate uno spazio per parlare di accoglienza, di solidarietà e di rispetto dei diritti dell’uomo; danno e potranno dare sempre di più un’anima e una prospettiva di apertura ad un’Europa che rischia di perderle, inseguendo la sicurezza delle frontiere e il respingimento dei migranti.
Questa la prospettiva affrontata nell’incontro milanese, che ha ospitato le testimonianze di persone di diverse fedi, che collaborano sia nei luoghi d’origine che in Italia per un aiuto concreto ai migranti.
Alghanesh Fessaha, dottoressa milanese di origine eritrea, ha raccontato il lavoro svolto dall’ong “Gandhi”, che opera al confine tra Egitto e Israele per assistere i profughi eritrei: “Fuggono da un Paese che è una prigione a cielo aperto. In particolare i ragazzi temono il servizio militare che dura dai 16 ai 54 anni. Nel deserto del Sinai vengono rapiti da trafficanti senza scrupoli che li torturano per chiedere un riscatto alle famiglie e talvolta li uccidono per il mercato del traffico degli organi. Con la nostra associazione abbiamo liberato centinaia di sequestrati grazie alla collaborazione dello sceicco salafita Awwad Mohamed Ali Hassan. Entrambi partiamo dal nostro credo religioso: cattolica io, mussulmano lui.”
Rinaldo Marmara, presidente della Caritas Turchia e membro della Comunità latina di Turchia, ha parlato dell’impegno della Caritas nei campi profughi al confine con la Siria per soccorrere cristiani e musulmani in fuga dai conflitti dell’area mediorientale. “In Turchia sono ospitati 1.800.000 profughi siriani, di cui 350.000 solo a Istanbul.”
Kheit Abdelhafid, imam della Moschea di Catania e presidente della Comunità Islamica di Sicilia ha portato la testimonianza dei musulmani dell’isola. “Nella nostra Moschea sono ospitati profughi siriani e collaboriamo con la Comunità di Sant’Egidio e altre realtà in occasione degli sbarchi. L’accoglienza deve essere chiamata sacra.”
Diane Barraud, pastora della Chiesa Evangelica Riformata del Cantone di Vaud e responsabile insieme a un teologo cattolico del Point d’Appui di Losanna, ha affrontato il tema dell’accoglienza dal punto di vista non più del primo approdo, ma della meta desiderata da tanti profughi. “In base all’accordo europeo di Dublino – ha spiegato – i profughi giunti in Svizzera e in altri paesi del Nord Europa ricevono l’ordine di espulsione e devono tornare in Italia, il primo paese in cui sono stati fotosegnalati. Quest’accordo va rivisto”.
All’incontro è intervenuto anche Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano, città che ha accolto nei propri dormitori 64.000 profughi siriani e eritrei negli ultimi 20 mesi.
Il dibattito è stato accompagnato dalla musica del Maestro Karim Wasfi, direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale di Baghdad, che recentemente ha suonato sulle macerie prodotte dagli attentati nella sua città, per ribadire come la speranza umana, il desiderio di vita e di bellezza siano più forti della distruzione delle bombe.
“Uomini di fede diverse – ha detto Giorgio Del Zanna, presidente della Comunità di Sant’Egidio di Milano – ci hanno spiegato come affrontare insieme le sofferenze dei profughi in fuga dalla guerra e dalla dittatura è una via del dialogo interreligioso. Affratellarsi all’altro, è la grande lezione del cardinal Martini”.



