L’accoglienza sbarca sul palco

Roma – «Non mi chiedete di raccontare il mio calvario!… Mi fa male… troppo doloroso… voglio dimenticare!». Sono le prime istintive parole che mi rivolgono Camara e Mamadou; sono dolci e cordiali i loro visi ma entrambi prevenuti e determinati a evitare di tornare con la mente a quell’inferno che brucia e sgomenta e sul quale certa cronaca si avventa come avvoltoio sulla carcassa. Forse per un attimo i due ragazzi, rispettivamente di 29 e 21 anni, uno proveniente dal Mali e l’altro dalla Guinea, hanno dimenticato di trovarsi sul palco dell’Argentina di Roma, in un luogo in cui si gioca al “come se”, nello spazio della finzione dove la maschera ti protegge e ti permette di vivere e comunicare una verità essenziale e invisibile che nessun reportage potrebbe cogliere. Camara e Mamadou sono, infatti, due dei 24 rifugiati provenienti dall’Africa ospiti del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto che, dopo un laboratorio durato dieci mesi sotto la guida di Riccardo Vannuccini, hanno portato in scena Sabbia , una performance di 75 minuti lirici, grazie a un oculato saccheggio dei versi di Shakespeare o Eliot, visionari alla Delbono, allegorici ed espressionistici alla Pina Bausch.

Di certo una messinscena dichiaratamente priva di elementi folkloristici o realistici, in cui nessuno dei migranti si racconta in prima persona. Il regista evita pertanto intelligentemente qualunque rischio di banalizzazione, spettacolarizzazione e speculazione del dolore; ma si inerpica su sentieri arditi in cui invenzioni fortemente simboliche depotenziano spesso l’energia vitale e il vissuto, comunque innegabile, del folto gruppo di attori-rifugiati. Ci sono momenti però che si sottraggono a queste rarefatte astrazioni riuscendo nell’intento di evocare con forza ma senza crudezza: resta infatti nell’animo l’ossessiva e monocorde ripetizione del proprio nome, tentativo disperato di riaffermare un’identità negata e annegata; veri protagonisti sono i fogli bianchi stropicciati, polverizzati, gettati al vento, comunque materia deperibile, caduca come la vita terrena; efficace nella sua semplicità la corsa mimata dei 24 attori in scena, che evidentemente rimanda a un flusso incessante e che è impossibile e anacronistico pretendere di fermare o tanto meno di ignorare. Opportuna la scelta di ricordare la sacralità dell’accoglienza e dell’ospitalità e quanto lo straniero fosse sempre stato caro a Dio, soprattutto perché risulta più paradossale poi il ribaltamento del sacro in massacro. Un massacro che ancora offusca e irretisce gli occhi di Camara e Mamadou e che – confidano – solo la preghiera, la fede in Dio e questa esperienza fittizia, ma per loro così autentica e feconda, riesce a far di nuovo brillare. E la risposta su cosa sia per loro il teatro è stata anche in questo caso istintiva: «È libertà!». (Michele Sciancalepore)