Rom: un campo sgomberato due volte in un anno

Roma – Un altro sgombero nella Capitale senza un’alternativa per le famiglie rom sfrattate. Le ruspe mandate dal Gabinetto del sindaco Ignazio Marino hanno abbattuto ieri mattina all’alba le baracche di un insediamento non autorizzato in via Val d’Ala, area nord-est, ai margini del parco che ospita la Festa cittadina dell’Unità. Interrompendo bruscamente un percorso avviato dall’assessorato ai Servizi sociali per individuare una soluzione con i rom del campo. Prefetto e Sindaco, nei fatti, hanno scavalcato l’assessorato guidato da Francesca Danese. “Ma il cerino l’hanno lasciato in mano a noi”, mormora qualcuno al Dipartimento. Gli stessi rom erano stati già sgomberati il 9 luglio 2014, per reinsediarsi a febbraio nello stesso luogo.

Ieri i 21 rom romeni, tra cui tre bambini e due donne incinte, assieme all’Associazione 21 luglio hanno protestato davanti all’assessorato.

Nulla di fatto dall’incontro con i funzionari, che hanno negato il via libera a una sistemazione delle famiglie nel Centro di raccolta rom di via Salaria. “Lo sgombero senza preavviso ha fatto saltare le positive consultazioni avviate nelle scorse settimane”,  dice il presidente della 21 luglio, Carlo Stasolla che ricorda come l’altra, identica operazione nel 2014 “costò alle casse comunali 168.400 mila euro”, tra sgombero, accoglienza temporanea all’ex Fiera di Roma, rimpatrio assistito.

L’Associazione lo definisce “un vero e proprio gioco dell’oca”, un caso paradossale ed “emblematico di quanto sia miope, costosa ed inefficace la politica degli sgomberi forzati nella Capitale. È il 59° nel 2015 dell’Amministrazione, a fronte dei 34 nell’intero 2014”. Un’azione “ancora una volta in violazione degli standard previsti dal diritto internazionale in materia di sgomberi”. Le ruspe hanno travolto anche il “positivo tavolo di consultazioni con l’Assessorato: il caso Val d’Ala sarebbe diventato così il modello, per l’Amministrazione, per dare una sterzata rispetto alla politica degli sgomberi, ascoltando le richieste sia degli abitanti del quartiere che delle comunità rom”. Proprio ieri era in agenda un nuovo incontro tra rom e assessorato. Duro il commento di Carlo Stasolla: “Siamo estremamente preoccupati dell’incapacità di questa Amministrazione di comprendere e gestire la questione degli insediamenti informali nella Capitale. Una incapacità che purtroppo degenera nella reiterazione di sgomberi forzati e nella sistematica violazione dei diritti umani di uomini, donne e bambini”. La decisione di mandare le ruspe era stata presa in Prefettura già da una settimana. No comment all’assessorato, dove si limitano a puntualizzare che “tempi e modalità dello sgombero non siamo stati noi a deciderli”.

A conferma della volontà di superare il modello dei campi rom, l’assessorato fa sapere che Francesca Danese non farà ricorso contro la sentenza del Tribunale Civile di Roma, che il 30 maggio ha riconosciuto il carattere discriminatorio del campo La Barbuta. Paolo Marchionne, presidente Pd del III Municipio, conferma che “lo sgombero era deciso da una decina di giorni. Come municipio dobbiamo tutelare l’interesse generale del territorio e un insediamento così era difficile da gestire in un’area fortemente antropizzata. Però io non sono per gli sgomberi senza alternative: se ci si limita a buttare giù le baracche – ragiona il “mini-sindaco” – quelle persone poi tornano”. (Luca Liverani – Avvenire)