Mons. Tomasi: in Europa nessuna invasione

Padova – “Oggi il mondo deve fare i conti con quasi 60 milioni di profughi e rifugiati”, numero impressionante, “che però tocca solo in minima parte l’Europa”; “non si può parlare di una reale situazione di crisi né tantomeno di un’invasione”. Lo ha detto, in un’intervista al settimanale diocesano “La Difesa del Popolo” di Padova e ripresa dal Sir –  mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU. Anziché lamentarsi, afferma, i nostri Stati “dovrebbero ricordare le responsabilità gravissime che l’Occidente si è assunto scatenando o alimentando guerre che hanno destabilizzato” Libia e Siria, per non parlare dell’estrema povertà che grava su Eritrea o Sudan. Per quanto riguarda le tensioni sociali legate ai flussi migratori, mons. Tomasi avverte: “Qui entra in gioco la capacità della politica di gestire i grandi fenomeni. La storia ci insegna che le migrazioni, se ben gestite, si dimostrano nel medio-lungo periodo una ricchezza per tutti: per chi arriva, per i paesi di origine ma anche per quelli di destinazione. La Germania ha ben presente che il suo mercato del lavoro avrà nei prossimi anni assoluta necessità di forze giovani, e tutta l’Europa dovrebbe interrogarsi sulle possibili conseguenze della crisi demografica in atto invece di gridare all’invasione”. Sono le convenzioni sottoscritte a obbligare gli Stati ad “accogliere chiunque è in pericolo di vita a prescindere dalla sua religione”. “Accogliere – ha aggiunto mons. Tomasi – quanti magari non possono essere definiti rifugiati in termini tecnici, ma vivono comunque in situazioni disperate per eventi climatici estremi o per la povertà” è un obbligo anche “morale”. È giusto “porsi il problema di una distribuzione equa, così come deve essere chiaro a chi arriva che alcuni valori fondamentali per la cultura europea devono essere accettati”: democrazia, rispetto della donna, eguaglianza, tutela della libertà di pensiero e di religione. “Solo su queste basi è possibile immaginare una vera convivenza”. Fondamentale il ruolo delle comunità cristiane per “riaccendere quel sentimento di umanità che ha sempre caratterizzato l’Italia”. Nel contatto umano “i pregiudizi scompaiono. Quando si incontrano le famiglie, i loro figli, si toccano con mano i loro problemi… qualcosa scatta nel profondo del cuore. E questo è anche il senso dell’appello del Papa all’accoglienza: dare ospitalità a una famiglia è il segno concreto, efficace, immediato di una società che non vuole morire prigioniera delle sue paure ma è pronta a costruire un futuro migliore”. Tenendo però sempre a mente che “dobbiamo saperli accogliere, pensando anche al dopo, a un possibile ritorno”. “Il primo diritto di ogni persona – conclude – rimane sempre quello di vivere nel proprio paese”.