Roma – Arrotini, spazzacamini, orsanti, musicisti, minatori, figurinai, gelatai, pizzaioli sono soltanto alcune delle più diversificate professioni che gli emigranti italiani svolgevano in terra straniera disseminando competenze, tipicità ed elementi di quella identità italiana che oggi pervade gran parte del pianeta. A ricordarlo è stata questa mattina Flavia Cristaldi, Docente di Geografia delle Migrazioni all’Università La Sapienza di Roma, intervenendo questa mattina alla presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes.
Molti, costretti dai ritmi del mondo rurale lasciavano le case nei mesi invernali per svolgere secondi mestieri in grado di assicurare un’integrazione ai guadagni della famiglia, altri varcavano definitivamente i confini aprendo attività altrove o incontrando la morte nel buio delle miniere. Anche le donne – ha spiegato la docente – hanno alimentato le catene migratorie professionali: come le sarte e le bordanti lavoravano nelle mura domestiche così le balie lasciavano le proprie famiglie per alimentare altre piccole bocche italiane. Moltissimi furono i contadini che addomesticarono i territori stranieri creando, molto più spesso di quanto si pensi, quei paesaggi che ancor oggi testimoniano del loro lavoro. Così i vitivinicoltori, capaci di trasportare talee e barbatelle anche di là dall’oceano per tentare di riprodurre le tecniche colturali tipiche dei loro paesi di provenienza. Ancor oggi partono dall’Italia professionisti del settore vitivinicolo, ma più che contadini esperti sono enologi specializzati in grado di formare tecnici stranieri. La sapienza italiana varca – ha concluso – i confini con i loro piedi e con quelli di molti talenti, spesso in possesso di elevati titoli di studio, che trovano all’estero quelle possibilità di realizzazione che non riescono a rinvenire nel paese d’origine.
Molti, costretti dai ritmi del mondo rurale lasciavano le case nei mesi invernali per svolgere secondi mestieri in grado di assicurare un’integrazione ai guadagni della famiglia, altri varcavano definitivamente i confini aprendo attività altrove o incontrando la morte nel buio delle miniere. Anche le donne – ha spiegato la docente – hanno alimentato le catene migratorie professionali: come le sarte e le bordanti lavoravano nelle mura domestiche così le balie lasciavano le proprie famiglie per alimentare altre piccole bocche italiane. Moltissimi furono i contadini che addomesticarono i territori stranieri creando, molto più spesso di quanto si pensi, quei paesaggi che ancor oggi testimoniano del loro lavoro. Così i vitivinicoltori, capaci di trasportare talee e barbatelle anche di là dall’oceano per tentare di riprodurre le tecniche colturali tipiche dei loro paesi di provenienza. Ancor oggi partono dall’Italia professionisti del settore vitivinicolo, ma più che contadini esperti sono enologi specializzati in grado di formare tecnici stranieri. La sapienza italiana varca – ha concluso – i confini con i loro piedi e con quelli di molti talenti, spesso in possesso di elevati titoli di studio, che trovano all’estero quelle possibilità di realizzazione che non riescono a rinvenire nel paese d’origine.



