La casa di Lillo e Piera si è aperta ai migranti

Lampedusa – Alla parete del salotto, è appesa una gigantografia a colori della foto del matrimonio di Piera e Lillo. Proprio in questi giorni ricorrono i 26 anni da quello scatto felice: “Accidenti Lillo, ci siamo dimenticati del nostro anniversario”, esclama Piera. “E già Piera, ma come è stato possibile?”, si domanda Lillo. Man mano che un piccolo mondo, che parla lingue diverse, si accomoda attorno alla tavola, i coniugi Maggiore continuano a scusarsi con l’ospite venuto a far domande: “Siamo da poco rientrati da Napoli, dove nell’occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, abbiamo fatto testimonianza della nostra esperienza di accoglienza familiare davanti alle autorità e al capo dello Stato Mattarella. Siamo sfiniti dal viaggio e la memoria se ne va un po’ di qua e un po’ là. Ma soprattutto siamo stati in trepida agitazione, come due bambini in attesa del loro regalo, perché, dopo un anno di lontananza, i nostri ragazzi stavano tornando a Lampedusa. E ogni volta è una rinnovata grande gioia, anche se l’occasione ricorda una terribile tragedia”. Quella della famiglia Maggiore di Lampedusa – ma ce ne sono molte altre qui – Lillo, assistente amministrativo scolastico, Piera, comandante della polizia municipale, le due figlie Eleonora, 19, e Maria, 24, studentesse universitarie, è una storia dal gusto particolare, dolce come il miele, profumata come un fiore, bella come l’amore. Perché non può essere che così, quando decidi di spalancare la porta di casa a più di uno sconosciuto, il colore della pelle più scuro del tuo, che non parla come te, e che magari hai anche raccolto dalla strada, mentre piange straziato dal dolore per avere visto la morte in faccia e perduto gli amici più cari. “Per abbracciarlo come un figlio nuovo”, ripete più volte Lillo. “Tutto ha avuto inizio quel maledetto 3 ottobre di due anni fa. Con la tragedia del naufragio di un barcone e la strage di 366 persone. Quando seduto su un marciapiede incontro Arek, eritreo, un sopravvissuto – racconta Lillo –. Piangeva, si disperava. Il suo migliore amico era morto e a lui non restava più nulla. Solo lacrime e vestiti logori di un viaggio iniziato molto tempo prima, vissuto in condizioni estreme, e già di per se drammatico ancora prima che finisse in dramma. In casa, in quei tragici giorni, accogliemmo altri sopravvissuti, ma poi, un giorno, dovettero riprendere il loro viaggio. Stoccolma. E non vi dico il dolore e le lacrime per quella separazione. Un giorno che, invece, doveva essere di gioia, perché, finalmente, Arek e gli altri avrebbero realizzato il loro sogno in sicurezza. Ma per noi Maggiore erano figli che partivano”. (Claudio Monici – Fonte Avvenire)