Brescia – “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Questo il tema del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa che si è aperto ieri pomeriggio a Brescia presso il Centro Pastorale Paolo VI (fino al 16 ottobre).
I lavori di questa mattina, 13 ottobre 2015,sono iniziati con una tavola rotonda sul tema “Le Chiese e la pastorale dei Migranti in Europa”, moderata dal direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Brescia e del settimanale “La Voce del Popolo” , don Adriano Bianchi, alla quale sono intervenuti mons. Hans Paul Dhem, referente della diocesi di Fulda, in Germania per la pastorale Migratoria; mons. Karel D’Huys, Vicario generale della diocesi di Hasselt in Belgio, Mons. Joseph Annen, Vicario Generale Regionale per il Canton Ticino, Zurigo e Glarsu della Conferenza Episcopale Svizzera; mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione CEI per le Migrazioni e il card. Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria e presidente della Commissione per le Migrazioni del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europei. Quando si parla di Europa bisogna non dimenticare l’emigrazione interna tra i Paesi europei, ha detto il card. Bozanic sottolineando che oggi si parla di una crisi senza precedenti riguardo al fenomeno migratorio. In Europa sono molti i rifugiati che ogni giorno arrivano: 600mila, secondo i dati, quelli giunti nel Vecchio Continente nel 2015 fino agli inizi di ottobre. Questo flusso – ha detto il porporato – sta “modificando l’Europa e la pone davanti ad una grande sfida che va accolta con responsabilità comune”. L’Europa oggi è “confusa e sembra priva di una cultura dell’accoglienza e solidarietà tra i vari Paesi che la compongono”. Davanti a questo flusso migratorio la Chiesa è impegnata in prima fila. Le società – ha spiegato Bozanic – che accolgono sono chiamate a “trovare un chiaro equilibrio per evitare problemi di vario genere”. Occorre partire dal riconoscimento della persona, dal suo “valore infinito: la dignità non è un valore astratto ma assume il volto di un uomo, di una donna, di un bambino. Chi accoglie l’altro riceverà sempre un dono ed una ricchezza”. Da qui l’invito ad “accogliere con generosità ma nello stesso tempo serve un impegno ad affrontare le cause delle migrazioni. Se l’uomo è costretto a vivere in condizioni non dignitose scappa ed emigra. La chiesa invita la politica ad aiutare a combattere le cause delle migrazioni, soprattutto le guerre e la fame”.
Il card. Bozanic ha spiegato che dopo l’appello all’accoglienza rivolto da Papa Francesco alle chiese d’Europa si è registrata una risposta molto positiva e “ricca di generosità cercando di concretizzare nei vari Paesi iniziative di accoglienza”. Il responsabile del Ccee per le Migrazioni, ha sottolineato il binomio “accoglienza-integrazione”. Questo è molto importante perché “si esprime il desiderio verso chi arriva e che ha bisogno di essere integrato nella varie società dove arrivano evitando il rischio di cadere nell’assistenzialismo”.
“Preti, suore, laici delle comunità, vescovi che inviano i loro preti, le strutture di Migrantes ed i rappresentanti e coordinatori delle missioni. Si è trattato sempre di uomini e donne che hanno dato e danno ancora oggi il meglio di sé al servizio degli Italiani e che ancora di più sono chiamati a contribuire alla vita e alla missione della chiesa nelle comunità di comunione”, ha spiegato il Vicario generale della diocesi di Hasslet, mons. Karel d’Huys. Il sacerdote, parlando della realtà della MCI italiana in Belgio ha detto che oggi, accanto ad una comunità numerosa che si è formata nel decennio a ridosso della Seconda Guerra Mondiale e di “cui conosciamo ormai la terza e quarta generazione” si è aggiunta una seconda ondata di migrazione, quella degli “expat”: persone che arrivano per l’Unione Europea o per le istituzioni culturali ed economiche”. A ridosso degli anni 2000 in quasi tutte le diocesi del paese la panoramica della pastorale territoriale era cambiata e si “sopportava” appena l’esistenza di una “comunità Italiana” a parte, scegliendo decisamente “una riorganizzazione – ha spiegato – delle parrocchie in unità pastorali, nelle quali far confluire anche le comunità cattoliche d’origine straniera. Da una parte cresceva il desiderio di estinguere le missioni, dall’altra la determinazione di salvaguardare ad ogni costo un certo passato”. Con il documento vaticano “Erga migrantes caritas Christi”, del 2004 si inizia a parlare di “modello chiesa-comunione”. In questo progetto per diventare chiesa di comunione sono state coinvolte tutte le parti che ha portato al documento “Le Comunità cattoliche di origine Italiana e la chiesa locale in Belgio. (Camminando) verso comunità di comunione”. In questo progetto si riconosceva – ha detto mons. D’Huys – “l’esistenza della comunità Italiana e riscoprire il suo valore”. Inoltre si coinvolgeva la comunità Italiana anche a livello istituzionale, con membri che facciano parte del consiglio pastorale parrocchiale e dei vari consigli diocesani. In questo processo – ha detto – è “cresciuto il desiderio nella chiesa locale di far tesoro del modo di essere comunità degli Italiani. D’altra parte cresce la consapevolezza nelle comunità Italiane di non essere un ‘caso a parte’ ma che insieme facciamo parte di una più grande rete multiculturale”. Nel percorso – ha poi sottolineato il vicario della diocesi di Hasselt – verso una comunità di comunione è stato “fatto molto ma c’è ancora da fare. La trappola del conflitto ‘integrazione – identità’ c’è sempre”. Oggi occorre “un nuovo passo in avanti: prendere coscienza della vocazione cristiana, quella della fratellanza, cosi che Belgi e Italiani, insieme con tanti altri cristiani, diventiamo fratelli dell’umanità nel mondo. In questi tempi di migrazione e dell’afflusso di profughi, mi pare una cosa urgente”. Il sacerdote ha quindi annunciato che i vescovi belgi stanno preparando un documento sulla posizione dei preti ed altri responsabili della pastorale provenienti dall’estero in servizio nella Chiesa Belga. “Al di là delle proprie comunità e della propria missione – ha detto – siamo chiamati insieme, sullo stesso livello, all’evangelizzazione – l’una chiesa dando appoggio all’altra, scambiandoci reciprocamente i vari doni dello Spirito. In questo senso la missione Ad gentes e quella all’interno della Chiesa occidentale sono molto vicine. Il ministero quindi del prete Belga, Italiano o Africano non è tanto diverso”. “La pastorale migratoria rimane una missione permanente della Chiesa”, ha evidenziato mons. Josef Annen, Vicario generale regionale per il Canton Ticino, Zurigo e Glarus “Già 120 anni fa, gli immigranti italiani hanno trovato nella Missione cattolica una seconda patria dal punto di vista religioso e sociale. La Missione italiana ha contribuito – ha sottolineato mons. Annen – alla pace sociale nella città di Zurigo. Ha offerto agli immigrati la possibilità di praticare la loro fede e di trasmetterla alla prossima generazione. La storia della Missione cattolica italiana è una storia di successo”. Oggi chi arriva in Svizzera proviene non solo dall’Italia : nel Vicariato generale di Zurigo un terzo dei cattolici proviene dall’immigrazione e questo rappresenta “una grande sfida: una sfida per le parrocchie locali e una sfida per le tante Missioni di lingue diverse”. Per tanto tempo le parrocchie Svizzere sono “rimaste chiuse in se stesse e le Missioni hanno formato dei gruppi linguistici isolati, simili ad un ghetto. Oggi vogliamo mettere fine a questa situazione. Ci siamo posti come meta pastorale di formare delle parrocchie locali multilingue. Vogliamo arrivare ad essere una comunità cristiana composta da molte lingue, nazioni e culture – insomma una Chiesa cattolica guidata dallo Spirito di Pentecoste ”. E parlando della realtà che oggi si vive a Zurigo Annen ha evidenziato come tra i rifugiati che attualmente arrivano in Svizzera ci sono dei cristiani caldei provenienti dall’Iraq, cristiani dalla Siria, dall’Eritrea e dall’Etiopia. “ Non hanno – ha detto – ancora una loro Missione, ma nascono delle comunità cristiane molto vive. Le guerre in Africa e nel Medio Oriente sono motivo di nuovi problemi e sfide per la pastorale migratoria in Svizzera. Ho l’impressione – ha concluso – che con i rifugiati siamo allo stesso punto come 120 anni fa quando sono arrivati i primi italiani in Svizzera e la Missione cattolica italiana ha avuto il suo inizio. Tutta la pastorale per i nuovi popoli migratori deve essere costruita e sviluppata. La storia si ripete”.
Oggi nel mondo sono circa 450 i sacerdoti, secolari e regolari attivi in 380 centri tra parrocchie, cappellanie e missioni, aiutati da 180 religiose. Per i circa 2.200.000 italiani in Europa sono attive 288 missioni o centri di assistenza pastorale con circa 350 presbiteri. Il dato è stato fornito dal vescovo mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes. La presenza dei missionari, con un’età media di 65 anni, è in forte calo- ha sottolineato il presule – con una perdita nel prossimo decennio di 150/200 presbiteri, tra regolari e secolari e la chiusura o l’accorpamento di 100 missioni. Esiste una rete di associazioni religiose laiche, curate dall’Ucemi che “condivide la fatica dell’associazionismo italiano all’estero”. A metà degli anni Novanta erano 300 i missionari in Europa in 262 missioni coadiuvati da 236 religiose. Dieci anni dopo, nel 2005 sono attivi 431 centri fra parrocchie e missioni, nei quali operano 543 sacerdoti aiutati da 166 suore e 51 operatori laici. Mons. Di Tora si è soffermato sulla presenza degli italiani nel mondo oggi partendo dai dati forniti dal Rapporto Italiani nel Mondo della Migrantes e presentato a Roma lo scorso 6 ottobre: oltre 4 milioni 636 mila di cui il 15,2% ha meno di 18 anni, il 22,5% ha tra i 18 e i29 anni; il 23,4% ha tra i 35 e i 49 anni. Citando i dati mons. Di Tora si è poi soffermato sugli universitari e in particolare sul programma Erasmus, che ha “incentivato notevolmente la mobilità internazionale tra i giovani italiani”. Sono stati 17.754 gli studenti universitari che, nell’anno accademico 2008/2009, si sono inseriti nel programma europeo Erasmus, recandosi all’estero e 1.628 quelli che hanno compiuto un tirocinio presso imprese di altri paesi, su un totale europeo, rispettivamente, di 168.153 e 30.300 studenti. A venire in Italia sotto la copertura di questo programma sono stati, invece, 15.530. Dal 1987 al 2009 gli studenti europei protagonisti di queste “migrazioni per studio”, spesso funzionali anche a successive migrazioni per lavoro, sono stati 2 milioni (l’1% della popolazione universitaria). Lo spostamento “non è scoraggiato dal modesto sussidio comunitario (272 euro al mese), che in pratica finisce per favorire i figli di famiglie benestanti”. Le quattro destinazioni più popolari per i borsisti di questo programma sono la Spagna, che riceve più di 30.000 studenti, il 34,9% del totale, seguita da Francia con un 15,7%, Germania che accoglie il 10,7%, e al quarto posto il Regno Unito con il 9,3%. “La nuova emigrazione è, pertanto, giovanile e femminile, guarda in particolare ai Paesi europei e alle grandi città. Anche per questo, si segnala una crescita di disagio giovanile di italiani nelle grandi città europee, come dimostrano i numeri di giovani italiani nelle carceri di Londra, Parigi, Berlino”, ha evidenziato il presidente di Migrantes.
Per mons. Hans Paul Dehm, referente per la pastorale dei migranti della diocesi di Fulda, ha evidenziato la forte presenza delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania. In questi anni – ha etto – sono state celebrati diversi anniversari delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, segno di una presenza molto attiva. Mons. Dehm ha poi evidenziato il bisogno di conoscenza della lingua sottolineando il “grande cambiamento” che vivono oggi le diocesi tedesche sul fronte integrazione dei migranti.
Il Convegno prevede una serie di relazioni, tavole rotonde e tre pellegrinaggi: oggi a Sotto il Monte, luogo natale di papa Giovanni XXIII con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi; domani a Concesio, luogo natale di Paolo VI con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari e giovedì a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli, con la concelebrazione presieduta dal Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, mns. Nunzio Galantino.
Chiuderà i lavori, venerdì 16 ottobre, l’intervento di Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. (Raffaele Iaria)



