Pavia, parrocchie aperte all’accoglienza

Pavia – Krubeli è l’anziano del gruppo, l’ultimo arrivato. Ha trentasette anni e nel Mali ha lasciato moglie e un figlio di dieci anni. Parla sia il francese che l’inglese, ma fatica a inserirsi in un contesto dove ha lasciato tutto per trovare solo incertezze. Poi c’è Ahmed, ventitreenne ivoriano, che invece a Pavia cerca di ricostruire quella famiglia che gli è stata distrutta in patria. “La guerra ha ucciso tutti – spiega – i miei fratelli, papà e mamma a cui hanno sparato mentre in grembo aveva due gemelli”. Lo stesso Ahmed porta sul volto i segni della violenza. Ha perso un occhio dopo i pestaggi subiti nelle carceri libiche due anni fa, dove è stato rinchiuso per mesi prima di imbarcarsi per l’Italia. Proprio venerdì ha subìto un complesso intervento chirurgico alla Clinica Oculistica del San Matteo, per riuscire ad eliminare il dolore con cui convive a causa dell’infezione.

Sono solo due delle tante storie dei profughi ospitati nelle parrocchie cittadine della Sacra Famiglia e del Borgo Ticino che, insieme alla Casa del Giovane e al Seminario, hanno accettato di ospitarli. L’appello di Papa Francesco ha confermato ciò che queste due parrocchie attuano da un anno e mezzo. Krubeli e Ahmed vivono alla Sacra Famiglia, insieme ad Hamim, Falle e Samba. Presto la parrocchia aprirà le porte a altri tre profughi. Il parroco don Vincenzo Migliavacca ha ritagliato tre camere per loro da quelle riservate all’accoglienza dei parenti dei ricoverati nelle strutture sanitarie pavesi. Samba, che è a Pavia da un anno e mezzo, è appena uscito dal Policlinico San Matteo dopo un mese e mezzo di permanenza per i problemi legati alla profonda ferita alla mano rimediata nella sua patria nel corso di un combattimento.

“La nostra comunità parrocchiale ha scelto di accogliere i profughi già da un anno e mezzo, molto prima dell’appello del Santo Padre – spiega don Vincenzo – ci è sembrato naturale dare un contributo a quei valori di accoglienza e ospitalità di cui parlava già duemila anni fa un uomo chiamato Gesù Cristo e che noi siamo chiamati a testimoniare concretamente”.

La comunità del Borgo Ticino è stata ugualmente accogliente. Il parroco di Santa Maria in Betlem, don Lamberto Rossi, dall’aprile 2014 ha aperto le porte del suo ostello dei pellegrini a cinque profughi (tre della Guinea e due del Mali), per poi trasferirli in Oratorio e infine decidere di ristrutturare un appartamento di cento metri quadrati per garantire loro un’accoglienza consona. “In oratorio avevamo sacrificato spazi per il catechismo per attuare una concreta catechesi “sul campo” – spiega don Lamberto – suscitando anche qualche perplessità, che ora si è trasformata in domande di conoscenza e di interesse verso questi giovani che si sono integrati nella comunità”. Don Lamberto chiude con una sottolineatura: “L’appello del Papa? Di fronte all’emergenza si deve rispondere con un impegno totale e ringraziamo il Santo Padre che sempre lo ricorda. Ma credo anche si debba passare a soluzioni più strutturali, e lo dico soprattutto per loro perché quando si parte in cento e si arriva in dieci il rischio diventa inaccettabile”. (Daniela Scherrer- Avvenire)