Mons. Agostinelli: a Prato il laboratorio della società di domani nel segno della cultura dell’incontro

Prato – Non dite che Prato è la periferia di Firenze. Perché, nella Toscana dei campanili e delle rivalità che ancora echeggiano, i pratesi si offenderebbero. Eppure la città dei “cenci” (delle stoffe), della crisi che morde, delle centodieci nazionalità che convivono in un fazzoletto di terra, dei 30mila cinesi più o meno visibili, dell’assalto del gigante asiatico fra le fabbriche del tessile, delle morti bianche nelle aziende-lager è, sì, una periferia. Almeno come la intende papa Francesco che stamani alle 8.30 sarà in piazza del Duomo per incontrare il mondo del lavoro, prima tappa del suo “viaggio” toscano che lo porterà a Firenze per il Convegno ecclesiale nazionale. “Certo che siamo una periferia esistenziale – racconta il vescovo Franco Agostinelli –. Il multiculturalismo, la pluralità di etnie, l’emarginazione sociale, la disoccupazione, lo sfruttamento si toccano con mano da noi. E sono temi cari al Papa”. Ecco perché Agostinelli definisce la sosta di Bergoglio una “chiave”. “È la chiave di ingresso al Convegno di Firenze. Si può avere una bella casa, ma se manca la chiave rimaniamo fuori della porta. Per questo l’incontro del Papa a Prato consente di affrontare nell’ottica giusta il tema del nuovo umanesimo al centro del grande appuntamento della Chiesa italiana”. Agostinelli ha coniato una definizione per descrivere il suo territorio: ama chiamarlo “laboratorio della società del futuro”. “Siamo una città cosmopolita. Il confronto, la dialettica, la cultura dell’incontro, la sfida dell’integrazione sono questioni all’ordine del giorno. E saranno le colonne della società dei prossimi anni. Una società che a Prato è già realtà da tempo. Qui siamo dentro il futuro del nostro Paese”. Il presente, per adesso, è segnato da una profonda congiuntura economica negativa. “Per decenni – osserva il vescovo – siamo stati un modello di sviluppo grazie soprattutto al tessile. Oggi tutto è crollato, sia per motivi strutturali, sia per qualche nostra responsabilità. La classe imprenditoriale ha preferito vivere di rendita. Ciò non significa che manchino capitani d’azienda coraggiosi, con un’intelligenza che lascia meravigliati. Tuttavia in molti hanno scelto di cedere, di vendere la propria fabbrica a uno stuolo di imprenditori cinesi che hanno soppiantato i produttori locali e lavorano non sempre stando alle regole”. Agostinelli prende in mano l’enciclica Laudato si’. E la sfoglia fino a trovare il passaggio in cui il Papa chiede che “il senso del lavoro non venga stravolto” da ritmi sconvolgenti o piegato alla logica del profitto. Alla mente tornano le tragedie negli stabilimenti dai nomi asiatici. “Vorrei che questi fatti avessero insegnato tanto – afferma il vescovo –. Uso il condizionale non per dire che non siano stati compiuti passi in avanti. La vigilanza delle istituzioni è cresciuta, ma rimane molto da fare. Non si può vivere in modo disumano in un luogo di lavoro”. Per la Penisola la città è quella della massiccia immigrazione cinese. “I rapporti in questa comunità sono difficili – chiarisce Agostinelli –. Siamo di fronte a un mondo chiuso. Nelle scorse sere ho incontrato numerose famiglie nel cui condominio vivono alcuni cinesi. Volevano tessere con loro rapporti di buon vicinato ma non hanno ricevuto una risposta adeguata. Non si tratta di dare un giudizio morale, ma di comprendere una cultura diversa che impegna i migranti cinesi soprattutto nel lavoro. Nella nostra Chinatown, che ha il suo baricentro in via Pistoiese, non si vedono persone in giro quando si lavora. Il cinese è impegnato anche quattordici o sedici ore al giorno contravvenendo a qualsiasi normativa. Ma come Chiesa non ci vogliamo arrendere di fronte alle difficoltà”. A Prato c’è una parrocchia italo-cinese con due sacerdoti arrivati dall’Asia e due italiani a cui si affiancano tre suore che cureranno soprattutto l’educazione dei più piccoli. “Attraverso i bambini – sostiene Agostinelli – vorremmo gettare un ponte con le loro famiglie. Non è un percorso facile. Serviranno anni prima di vedere qualche frutto”. E conclude: “O la Chiesa è missionaria, o non è Chiesa. E noi desideriamo vivere la missione qui, stando in mezzo alla nostra gente magari come muti compagni di viaggio e senza pretese. Del resto se Dio, donandoci suo Figlio, si è incarnato nella storia, anche noi dobbiamo sporcarci le mani. Ce lo ripete appunto il Papa”. (Giacomo Gambassi – Avvenire)